La mediazione, sempre più utile, sempre più importante

– L’istituto della mediazione, ovvero il ricorso ad un soggetto terzo (il mediatore) per la risoluzione stragiudiziale di controversie commerciali e contrattuali, ha visto una rapida espansione nell’ultimo decennio, soprattutto nel contesto giuridicamente e politicamente “difficile” rappresentato dai paesi in via di sviluppo.

Molte delle dispute che sorgono dall’attività di imprese multinazionali (MNE) in quei luoghi, tuttavia, non riguardano soltanto questioni di interesse commerciale. Tali controversie sorgono tipicamente nei rapporti con popolazioni locali o su problemi di inquinamento, di condizioni di lavoro e quant’altro, sia direttamente legati alle attività delle MNE che dovuti a problemi nella catena logistica della fornitura. Si tratta spesso di casi riguardanti diritti umani ben radicati nel diritto internazionale, ma non altrettanto nell’ordinamento nazionale di molti paesi. In alternativa, può darsi che vi sia la norma, ma non un’autorità capace di applicarla correttamente.

Molte multinazionali attive nel campo della Responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsibility, CSR) si sono quindi dedicate, sotto i vigili sguardi dei propri consumatori e dei governi del mondo occidentale, alla ricerca di metodi di risoluzione alternativi per dispute in paesi emergenti. Il più tradizionale di quesi meccanismi è l’arbitrato, processo relativamente formale e dall’esito vincolante per le parti, che ha alle spalle una tradizione secolare sia in termini di lex mercatoria, sia sotto forma di arbitrato fra Stati e Stati o fra Stati e imprese.

Tuttavia, anche l’arbitrato spesso mal si presta alla risoluzione di conflitti con comunità locali – puta caso una multinazionale del settore minerario che inquina l’ambiente di una popolazione locale peruviana. Il processo è piuttosto formale e risulta spesso imperscrutabile ai locali, e I rimedi sono spesso inadeguati o inadatti alla situazione specifica.

Un esempio ben noto è l’attività di Chevron nel delta del Niger, dove, in seguito a spiacevoli e violenti avvenimenti nel 1998 e dopo un decennio di aspra battaglia legale, l’astio della popolazione locale rischiava di rendere assai problematiche le operazioni della società. Prima dell’introduzione di un processo di mediazione con gli abitanti del luogo – a mezzo di negoziatori locali e con il supporto di varie organizzazioni transnazionali – le forti somme stanziate in loco erano impiegate in modo unilaterale ed approssimativo, con scarsi risultati pratici. Dal 2008 a questa parte tuttavia, le tensioni paiono essersi notevolmente allentate, grazie ad un uso più mirato di mezzi, impiegati fra l’altro a fini educativi, di protezione ambientale e di sviluppo economico, in un approccio olistico e strutturato che ha dato ottimi frutti per ambo le parti.

Nonostante vi siano svariati esempi simili a quello di Chevron Nigeria, la mediazione continua a faticare ad affermarsi fuori del contesto strettamente commerciale. La principale critica mossa alla mediazione in questioni di diritti umani riguarda la confidenzialità del processo. In sostanza, si teme che vi siano eccessivi sbilanciamenti di potere negoziale fra le parti e che il processo non sia trasparente.

In merito alla questione di potere, giova notare che il problema viene spesso esagerato. In primo luogo, stakeholder locali sono spesso ben lungi dall’essere privi di peso e capacità negoziali (come, appunto, nel caso nigeriano), sia perché hanno una buona conoscenza dell’ambiente e dei problemi, sia per I meccanismi reputazionali cui di solito soggiacciono le grandi imprese; inoltre, atti di sabotaggio possono significare una notevole perdita di risorse.

Il problema della trasparenza è più complesso, ma bisogna notare che confidenzialità non vuol dire totale segretezza. Istituti che si occupano di mediazione in questi campi, fra cui il più noto è la Camera di Commercio Internazionale, possono facilmente aggregare e pubblicare dati statistici anche dettagliati sui casi da loro trattati, salvo trattenere dati che possano portare all’identificazione delle varie parti. Precedente e ricerca accademica possono, in questo modo, essere salvaguardati.

Per tirare le somme di questo breve excursus, possiamo dire che è da confutare il mito secondo il quale la mediazione fra imprese multinazionali e stakeholder locali non sia funzionale in casi concernenti i diritti umani. Al contrario, il gioco non essendo a somma zero, il mediatore può portare a soluzioni assai più flessibili, rapide ed efficaci rispetto sia al giudice che all’arbitro. Certo, la mediazione non è priva di limiti, fra cui il fatto che in questioni penali il coinvolgimento della pubblica autorità è inevitabile, o che tutto il processo è di natura libera e volontaria e quindi mal si presta a situazioni di estrema acrimonia.

Tuttavia, è già in atto – e si va rafforzando – un processo di professionalizzarione ed espansione della mediazione, che inevitabilmente porterà l’istituto ad assumere maggiore rilevanza anche al di fuori di un contesto strettamente commerciale.


Autore: Luca Bolzonello

Classe 1989, si è laureato in Relazioni internazionali all'Università di Bologna. Ha vissuto in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, dove studia Diritto internazionale. Collabora con il Maastricht Journal of European Law, con particolare predilezione per tematiche del diritto internazionale ed europeo.

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