Ci serve un leader che renda possibile l’Europa (politica) necessaria

di LUCIO SCUDIERO – La campagna elettorale, come era prevedibile, sommerge e assorbe tutto. Così, anche la notizia che la scorsa settimana il Consiglio Europeo abbia trovato un accordo sul bilancio pluriennale dell’Unione è finita nel generatore automatico di idiozie politico elettorali cui attingono molti dei politici italiani.

Vi risparmio la sintesi dei risultati del vertice e i pagellini del chi ha vinto e chi ha perso perchè ne avrete già letto e sentito a ufo.

Qualche considerazione di natura politico istituzionale, sia interna che europea, però me la concedo.

Ciascun Paese ha la politica e, conseguentemente, l’Europa che si merita. Cosa questo voglia dire per l’Italia lo ha spiegato in maniera molto condivisibile Angelo Panebianco sul Corsera di ieri. Per noi Italiani l’Europa non è nè più nè meno del «vincolo esterno che tiene insieme le nostre sparse membra».  E la reazione negativa delle maggiori forze politiche interne al compromesso raggiunto dal premier a Bruxelles dicono del ruolo “potuto” e possibile dell’Italia in Europa molto più di quanto raccontino la fisiologica contrapposizione che domina la campagna elettorale interna. Nè con Bersani, nè con Berlusconi, men che meno con gli altri l’Europa è o può diventare per l’Italia ciò che essa è per Germania, Olanda, Inghilterra o Francia, cioè un proscenio in cui rappresentare, negoziare e avanzare l’interesse nazionale al massimo livello istituzionale possibile. Mario Monti – e perfino l’altrimenti critico Panebianco pare concordare – è invece molto “eccentrico” rispetto al sistema politico italiano. Degli attori politici italiani è l’unico che in Europa si muova con naturalezza e capacità e pare  l’unico in grado di tenere l’Italia tra i 27 in qualità di policy maker più che di destinataria di obblighi.

La difficoltà dell’accordo europeo e le denunce di sua insufficienza rispetto ai problemi che attraversano il continente hanno inoltre riacceso l’attenzione sull’indirizzo da imprimere agli affari comunitari. Il quesito di fondo è se serva e sia auspicabile una maggiore integrazione politica europea.

Due scuole di pensiero si fronteggiano.

Quella per la quale i guai dell’Europa siano venuti da un’integrazione eccessiva non risolubile con ulteriori iniezioni del medesimo virus. Costoro supportano una visione europea minimale, circoscritta al mercato interno, e trovano un punto di riferimento coerente nella politica europea del Regno Unito.

Poi ci sono coloro i quali ritengono l’Europa un processo irreversibile e tutto sommato positivo perchè ha generato e distribuito, negli anni, pace e ricchezza, vincolando i suoi Stati al perseguimento di un’ideale, magari un po’ illuministico ma comunque efficace, di massimo comun divisore sia in fatto di riforme economiche che istituzionali.

Al netto di qualche accento scolastico e di qualche espediente retorico ascrivibile alla suggestione degli “Stati Uniti d’Europa”, confesso di preferire i secondi ai primi.  Per una serie di ragioni.

La prima è la necessità. La crisi economica europea ha smascherato quasi subito l’inadeguatezza e l’inefficienza dell’architettura istituzionale dell’Unione a tradurre la necessità di riforme in outputs con esse politicamente coerenti e condivise dai cittadini. Dal 2008 ad oggi molto è accaduto e molto è stato deciso a Bruxelles. Eppure poco di tutto questo è riuscito ad affermarsi nel dibattito pubblico interno agli Stati come argomento di discussione politica. E comunque al netto di tutto questo la magnitudine dei problemi da risolvere pare difficilmente conciliabile con la reversione verso una dimensione nazionale, soprattutto in considerazione della scarsa qualità dei sistemi politici interni a molti paesi europei, inclusa l’Italia.

Resto convinto che soltanto Londra possa permettersi (forse) una simile scelta, perchè solo Londra ha Westminster. Per tutti gli altri, l’Europa è il meglio che possa capitare se non si vuole finire governati da 27 nazional-populismi concorrenti.

In secondo luogo, sono del pari persuaso che un maggiore avanzamento della democrazia a livello europeo, con contestuale trasferimento di poteri dai livelli statuali, convenga. La natura degli interessi che competerebbero – o che già competono –  a Bruxelles sarebbe di scala maggiore e qualità migliore rispetto a quelli che irretiscono i decisori politici nazionali.  Inoltre, a quanti temono un accrescimento incontrollato di poteri in capo a un nuovo super stato europeo, chiarisco che ciò che auspico è un gioco a saldo zero: ogni potere in più in capo all’Unione deve essere un potere in meno degli Stati Membri.

Contro l’argomento – caro agli inglesi e ai liberali di matrice anglosassone –  che tutto sommato all’Europa basti il mercato unico, mentre dell’integrazione politica si possa e si debba fare a meno, militano la storia e la realtà.

Nè più nè meno che l’euro, anche il mercato unico è stato il frutto di una precisa opzione politica, maturata a seguito dello stallo vissuto dall’Europa negli anni ’70. A propiziarne l’avanzamento furono proprio gli inglesi nel 1985, per il tramite dell’allora Commissario Lord Cockfield, il cui White Paper servì da base per la trasformazione politica che sarebbe poi stata l’Atto Unico Europeo del 1986. Con l’appoggio, per giunta, di Lady Thatcher.

La logica sottostante il mercato unico era ed è l’efficiente allocazione dei fattori produttivi dentro il perimetro unico europeo. Benchè la matrice sia indubbiamente economica, non si può negarne l’addentellato politico. Neppure il mercato unico resiste senza la volontà politica di tenerlo e avanzarlo.  A riprova di tale asserto basti osservare come sia la Commissione che perfno la Corte di Giustizia Europea, che dei trattati e dell’integrazione dei mercati sono stati i sommi guardiani, abbiano spesso mutato indirizzo negli anni per assecondare quelli che erano i disegni politici degli Stati Membri. Non sono state nè poche, nè irrilevanti, le pronunce con cui i giudici di Lussemburgo hanno inteso correggere una certa giurisprudenza “finalistica” in fatto di libertà di circolazione, a favore di soluzioni interpretative più rispettose dei desideri politici degli Stati Membri.

Insomma, senza scelte politiche, è difficile che esista perfino il mercato unico europeo. Qualcuno può pensare lecitamente che esisterebbe una qualche forma ulteriore utile e funzionale di Europa?

E se neppure questi argomenti hanno persuaso gli euroscettici circa la desiderabilità di più Europa e meno Stati nazionali, bè, si può sempre guardare alla qualità della campagna elettorale italiana per convincersene.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “Ci serve un leader che renda possibile l’Europa (politica) necessaria”

  1. Domanda: ma ora che l’UE sta negoziando sempre più trattati di libero scambio con paesi terzi vuol dire che anche con essi dovrà iniziare a fare un discorso federalista?

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