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Se competere per il governo del Paese è un ‘inciucio’

di FEDERICO BRUSADELLI – Per quel che valgono i sondaggi (e valgono poco, davanti a uno scenario così magmatico come quello che accompagna questo pre-finale di Seconda Repubblica), sappiamo che ad oggi il bipolarismo nostrano – lo schema che per vent’anni ha ingabbiato la politica italiana, con esiti raramente felici – seppure indebolito, sfilacciato, fiaccato dagli scandali e dalle proprie inadempienze, resiste ancora. Resiste più che nei numeri – che si vedranno il 25 febbraio – nel racconto e nella percezione di questa campagna elettorale. E resiste non come spinta per una competizione sana e netta tra scelte diverse e alternative sul futuro dell’Italia, insomma tra forze che si giocano la vittoria e il governo del paese, quanto piuttosto come la garanzia di sopravvivenza per due campi già “dati” aprioristicamente, cristallizzati, indiscutibili così come indiscutibili sono i loro protagonisti. Il Pd e il Pdl tentano – e il tentativo pare purtroppo riuscire, finora – di dipingere questa campagna elettorale, che è invece decisiva e a suo modo “unica”, come una replica, o una rivincita, di quelle passate.

Ne consegue che tutti gli “altri” vengano di fatto ridotti a comprimari, a granelli nell’ingranaggio, a fastidiose comparse, a schegge impazzite che, rifiutandosi di aderire alla magica formula di un bipolarismo altrui, minano alla base la stabilità del sistema. E poco importa che queste forze “altre”, con la consistenza dei loro numeri e delle loro leadership, stiano lì proprio a dimostrare come l’assetto di questi ultimi vent’anni sia stato ormai radicalmente messo in discussione.

È così che nasce la sindrome dell’inciucio, la marchiatura a fuoco soprattutto dei “centristi” – come vengono sbrigativamente etichettati i sostenitori dell’attuale premier – che non giocherebbero per vincere ma solo per “ricattare”. A poco serve ricordare che l’Agenda Monti delinea una road map chiara e precisa, che il Professore è sceso in campo per vincere, per impostare un progetto politico maggioritario sfidando l’attuale duopolio, per gettare le basi di un nuovo perimetro. A poco serve ribadire che nessun “inciucio” in senso berlusconiano è possibile, perché se mai ci sarà convergenza con altre forze partitiche sarà una scelta severa e responsabile fatta sui programmi e sulle cose da fare, condotta con spirito poco ecumenico e molto choosy (non con Vendola né con Storace, insomma).

La retorica della “scelta di campo”, felicemente inaugurata da Silvio Berlusconi nel 1994 – una scelta di campo mai sui progetti ma sulle identità, sui nemici da sconfiggere, sulla primazia antropologica anziché politica – continua a essere il format dominante della politica italiana. E nel format, va da sé, l’inciucio ricopre un ruolo fondamentale.

Pensare che in Gran Bretagna, paese che pure ha qualche titolo in più di noi per parlare di “bipolarismo”, l’alleanza tra i lib-dem di Clegg e i conservatori di Cameron non è stata “raccontata” in campagna elettorale, non ha inquinato la scelta degli elettori. Tutti hanno giocato per vincere e solo dopo hanno aperto il dossier delle maggioranze di governo. Non è accaduto nemmeno in Germania, patria del proporzionale e della “grande coalizione”: nessuno, né la Spd né la Cdu, ha mai tentato di impostare la competizione (né quella tra di loro, né quella nei confronti degli altri partiti) sul racconto e sul ricatto dell’inciucio. Non è accaduto quando Angela Merkel e Gerard Schroeder hanno poi sancito il loro patto di governo e non accadrà nei prossimi mesi, sebbene l’esito sembri doversi ripetere.

L’allergia tutta italiana alla “competizione” si vede anche da questo: asbbiamo coperto il fascino di una campagna elettorale, ovvero la bellezza di una gara in cui si gioca per vincere e per far vincere le proprie idee, sotto una coltre di atavico cinismo e di cronico “retroscenismo”. Si puntano i riflettori mediatici su quel che non si dice e non su quel che si dice. Di cui in fondo non importa granché a chi “fa” e soprattutto a chi racconta la politica. I progetti per il futuro del paese sono il contorno, meglio eccitarsi (politicamente) attorno alla pruderie dell’inciucio.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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