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La colpa di chiamarsi Ichino

La “verità scandalosa” sui favori di cui avrebbe goduto Giulia Ichino si è rivelata falsa, ma utile a gettare un po’ di gratuito discredito sulla persona del padre e sui meriti della figlia. La giovane Chiara Di Domenico che, intervenendo all’assiste del Pd, ha sollevato lo scandalo era probabilmente in buona fede, ma non ho dubbi che, in tal caso, ritenesse vera la notizia proprio perché la “raccomandata” si chiamava Ichino. Mi pare che, alla fine, sia questa la “verità scandalosa” su cui sarebbe bene che il Pd riflettesse.

In una fase di crisi economica acuta, il rischio che la fatica delle riforme lasci spazio a una disperata e irrazionale caccia agli untori pone alla classe politica una particolare responsabilità. Il rispetto, che si deve a quanti sono rimasti intrappolati nelle secche di un mercato del lavoro e di un welfare disuguale e discriminatorio, impone l’esigenza di aggiornare gli istituti di garanzia, non di dare credito alla pretesa di regolare e tutelare il lavoro di oggi con le regole di cinquant’anni fa.

Ai giovani e meno giovani precari dobbiamo l’impegno a migliorare concretamente le loro condizioni di vita, che non sono quelle dei loro padri e dei loro nonni, e non torneranno ad esserlo. Non dobbiamo invece loro l’applauso facile, la condiscendenza verso il pregiudizio, la comprensione per la recriminazione cattiva e invidiosa contro “quelli che ce l’hanno fatta”. L’Italia ha bisogno di più lavoro e di migliore qualità. Quindi ha bisogno di riforme che favoriscano la crescita, perché senza crescita non possono esserci né buona occupazione né buone tutele, e di un sistema di garanzie che non disincentivi, in modo suicida, né l’offerta né la domanda di lavoro.

L’Italia ha insomma bisogno di fare ciò che tutti i Paesi europei più competitivi hanno fatto negli ultimi decenni, mentre da noi ci si teneva stretta la coperta di Linus dell’articolo 18. Il risultato è che in Italia ci sono meno crescita, meno lavoro e meno tutele. Sono le cose che dice da tempo, meglio di chiunque altro, Pietro Ichino. E sono anche la migliore risposta alla giovane precaria, che pensava di vendicare le vittime della sua generazione additando al pubblico ludibrio la figlia raccomandata del “nemico”.

Un Pd che dà ragione a quella giovane precaria e torto a Ichino “a prescindere” è un partito che, a differenza di molte altre sinistre riformiste europee, mette la testa sotto la sabbia, rinuncia  a guidare il cambiamento e lo subisce alimentando rancori, anziché la speranza che solo le riforme oggi possono dare.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “La colpa di chiamarsi Ichino”

  1. Chiara Di Domenico scrive:

    Una precisazione.

    Sono Chiara Di Domenico, diventata agli onori delle cronache “La precaria del PD”. Purtroppo non ignoro i motivi per cui, da un intervento pubblico di 8 minuti interamente dedicato alla condizione dei precari in Italia, siano stati estrapolati quei 35 secondi in cui ho pronunciato due nomi e un cognome. Mi stupisce, piuttosto, che per attirare l’attenzione in questo sistema di informazione nostrano, si debba per forza ricorrere a due “scandalose” parole chiave. Per l’appunto un nome e un cognome.

    In queste 48 ore molti grandi nomi della cultura italiana, da Serra a Citati, da Gramellini alla Lipperini, hanno preso posizione a difesa di quel nome pronunciato sul palco. Alcuni di loro però, i più meritevoli, finalmente hanno anche preso posizione, alimentato l’interesse pubblico su uno dei più grossi problemi da risolvere, e presto: la crescita sproporzionata dei non appartenenti allo Stato Italiano. Non si sente italiano chi non può pagare le tasse, chi non ha un contratto serio di lavoro, chi viene minacciato ogni giorno di licenziamento, chi viene costretto a straordinari non pagati, chi si sente ripetere che non avrà pensione per sé, né scuole per i suoi figli.

    Questa moltitudine di trentenni e quarantenni si è sentita dire di tutto: a loro favore nessuna censura per le male parole: choosy, bamboccioni, a me personalmente più volte è stato dato dell’idiota. Per fortuna la letteratura classica mi consola di questo aggettivo. Pazienza.

    Adesso, però, mentre sto qui comodamente seduta nella mia gogna, ora che ho ottenuto quello che volevamo io e la massa di ignoti che rappresento – non un lavoro nel PD (sappiatelo, una volta per tutte, che non sono tesserata e sono stata selezionata per la mia storia personale e per la lotta che porto avanti da tre anni) – ma l’attenzione sul mondo del precariato, vi invito a fare in modo che da ora al nuovo governo la questione lavoro resti davvero il punto principale nella ricostruzione di un paese davvero europeo. Con diritti, doveri, uguaglianza. Vera. Impariamo a dare meno spazio sui giornali agli scandali, e più informazioni utili ai cittadini su quello che li riguarda sul serio. Che la cultura torni ad essere insieme all’informazione un esempio di quello che è stato e può tornare ad essere questo paese.

    Qui, per chi volesse approfondire, l’articolo scritto da me e pubblicato dal Manifesto per riportare, una volta per tutte, l’attenzione dove serve davvero, a mio modesto (e ignoto) parere.

    Grazie per l’attenzione.

  2. lodovico scrive:

    diritti,doveri,uguaglianza. Una parola di troppo:chi assume dovrebbe tenere in conto il suo diritto e dovere a sciegliere quello che crede essere più vantaggioso per l’azienda di cui è parte. O si prefersce il sorteggio?

  3. Alessandra scrive:

    Gentile sig.ra Di Domenico, capisco la battaglia, ma ritengo che in nessun caso il fine giustifichi i mezzi. Utilizzare un nome ed un cognome, non scelti a caso, ma quelli della figlia di un avversario politico, appena uscito dal PD, e’ stata una mossa sbagliata e controproducente per la causa, ancor più alla luce dei continui attestati di stima che la sig.ra Ichino sta ricevendo da colleghi ed autori con cui collabora da anni. Io ho la sua età, fortunatamente lavoro a tempo indeterminato da quando ho 24 anni senza aver ricevuto alcuna raccomandazione, dato che mio padre e’ un muratore, ed io sono stata la prima laureata della mia famiglia, il che dimostra che le opportunita’ ci sono, o almeno che 10 anni fa’ non era certo difficile come adesso. Di raccomandati veri e senza competenze ce ne sono talmente tanti, anche all’interno della parte politica cui lei e’ vicina, che fare i nomi non serviva a niente…e se proprio doveva farli, forse era il caso di informarsi prima e fare quelli giusti. Giulia Ichino fino ad ora ha vissuto la sua vita tranquilla e fuori dai riflettori, adesso grazie al suo intervento e’ additata da tanti come la figlia della casta e presa a simbolo di un sistema di cui probabilmente non ha fatto parte. Questo le sembra giusto? A me no. Ripeto la causa e’ lodevole i suoi mezzi estremamente discutibili. Una giovane mamma lavoratrice 35enne e figlia di nessuno.

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