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Berlusconi e i giornalisti: un’analisi dello stato del giornalismo italiano

Berlusconi è andato ovunque, Berlusconi va ovunque, finché vivrà Berlusconi andrà ovunque. L’ovunque Berlusconiano, ovviamente, è prima di tutto televisivo. Lo è perché l’Italia è un paese televisivo, e l’Italia è un paese televisivo anche per due ragioni (oltre alle altre). Prima ragione: anche grazie a Berlusconi. Seconda ragione: per colpa di Berlusconi.

Anche grazie a Berlusconi, perché riuscì in un modo o nell’altro a forzare il blocco monopolistico che allora ancora sussisteva. Per colpa di Berlusconi, perché con lui la televisione è diventata un circuito di ideologizzazione di massa e formattazione identitaria, ben più di quanto in Italia lo sia mai stato ai tempi del monopolio Rai, dell’età del monocolore, del parlamentarismo televisivo del regno Bernabei, o dell’età della riforma televisiva anni ’76 – ’78.

Detto questo, essendo materia televisiva, Berlusconi è inoltre utile per meglio comprendere lo stato delle cose della televisione italiana. Ed è ancor più utile per capire lo stato delle cose del giornalismo televisivo italiano.

Il giornalismo in tv, al momento, non naviga in buonissime acque. Le testate istituzionali perdono spettatori, l’emorragia è continua e il fatto che non riescano a riformularsi è indice di un’incapacità da un lato, e di un irrimediabile scollamento testata/pubblico dall’altro.

Nel campo dell’inchiesta la questione è quella solita. Da un lato, le inchieste giornalistiche televisive sono sempre più merce rara e, quindi, sempre più le benvenute. Dall’altro, senza fare nomi e cognomi, soffrono sovente di una sorta di male endemico: sono spesso a tesi, spesso dogmatiche, spesso la drammaturgia dell’inchiesta è palesemente schiacciata, con mezzi e mezzucci, sul versante della parzializzazione degli argomenti a fini strumentali, spesso faziosi, talvolta crudelmente pretestuosi e opportunistici.

Il giornalismo televisivo sportivo in Italia è rozzo e superficiale per statuto genetico, tranne in pochi casi. Quello di cronaca nera è semplicemente interessato alla pornografia spirituale e alla lesione della credibilità, pur di fare share con suggestioni da macelleria e passando come un treno in corsa sulla sensibilità dei coinvolti (tranne la Leosini e poco più). Il giornalismo scientifico televisivo è rimasto fermo a “gli alieni sono tra noi”, tranne qualche meritorio pezzo come quelli della Carfagna su TV7, che pochi capiscono perché complessi… e poi abbiamo il giornalismo politico.

Ci sono bei programmi. Agorà, su Rai Tre, ad esempio ha toni civili ed è gestito e scritto con maturità e competenza. All’inverso, abbiamo anche arene dove il conduttore è entrato in Rai grazie alla politica, e avendo preso potere grazie alla politica, adesso fa il capopopolo anti-politico con editoriali in salsa rock.

Cosa c’entra Berlusconi in tutto questo? Il Cavaliere è un ottima cartina di tornasole, un termine di paragone. È andato ovunque, ospite di chiunque, e analizzando le interazioni tra lui e i conduttori possiamo trarre un piccolo diagramma della televisione italiana.

Qui da noi l’informazione sovente non ha titoli. Tutti hanno visto Berlusconi dalla D’Urso. Un programma di infotainment, dove, però, la parte informativa è affidata a chi non solo non ne ha la competenza, ma che si piega, felicemente, a logiche di potere fino a far disperdere la propria dignità.

Nell’informazione senza titoli rientra anche l’idea di affidare il programma di interviste ai leader politici a Ilaria D’Amico. Donna bella e simpatica, ma senza preparazione culturale e politica. È accaduto che si è fatta una scelta utilitaristica. Una bella donna e pure famosa, per tirare su il pubblico, è meglio di un buon giornalista o di una buona giornalista, che fossero pur belli produrrebbero un immaginario ben diverso da quello della D’Amico. Nel web ha circolato (centinaia di migliaia di like) un video con montato un pezzo dell’intervista della D’Amico a Berlusconi. Tutto il pubblico l’ha osannata perché non si è fatta schiacciare dal Cavaliere, ma nessuno ha notato che era un’intervista piatta come l’orizzonte.

A Domenica In, abbiamo visto il litigio tra Giletti e il Cavaliere. Il pubblico si è detto: “ammazza, com’è coraggioso il conduttore“. Chi si occupa di televisione si è detto: “Giletti impedisce a Berlusconi di sviluppare i proprio pensiero a fini strategici. È convinto che Berlusconi sia finito, ergo non lo fa parlare, un paio d’anni fa non lo avrebbe mai fatto. Con chi si sta accreditando?

Da Santoro abbiamo visto lo show degli show. Santoro non era interessato a dialogare o intervistare Berlusconi. Non era interessato né a metterlo in difficoltà, né a essere dialettico, né a metterlo alle corde. Non era interessato a far/farci meglio capire il personaggio. Non era interessato a nulla se non a farsi da auto-controprogrammazione, sparigliare le aspettative del pubblico, creare nell’audience una maxi-distonia cognitiva, uno straneamento. Dare al pubblico tutto, ma tutto ciò che il pubblico non si aspetta… e così fare un botto di share. La sua è stata una mossa geniale. Come se in chiesa, invece della messa, vi venisse proiettato un film dei Monthy Python.

Santoro così facendo è rientrato nella storia della televisione con uno share da favola – ma per farlo ha rinunciato a fare il giornalista, a fare giornalismo. Basti vedere come ha silenziato la brava Luisella Costamagna, che era lì con lui, pronta a far domande, e scientificamente ridotta al silenzio.

Eppure, in Italia, nelle televisoni italiane, il buon giornalismo, quello alto, che non è né volgare, né a tesi, né paradossale, né guittesco, né intellettualmente disonesto si può fare. Seguiamo Berlusconi ed entriamo con lui nello studio di Ballarò. Finalmente vediamo una cosa da rete americana di alto livello.

Finalmente vediamo un giornalista che si comporta da giornalista di razza. Fa le domande che deve fare, non si comporta né da amico né da nemico, dà ritmo, ottima preparazione politica e giornalista, mai una volgarità, ironia accennata ma tangibile… in poche parole, credibilità. E in men che non si dica, con le sue stesse mani, con le sue stesse astrusità, Berlusconi va nel pallone, infila un autogol dopo l’altro, si mette alle corde con le sue stesse mani. Si era talmente disabituato a trovarsi innanzi un conduttore giornalista con la G maiuscola, che si è disunito, ha barcollato, ha fatto flop.

Basta poco per metterlo in crisi. Basta mettergli davanti uno bravo che voglia fare un prodotto serio. Solo chi si occupa di tv si è accorto del fatto che su Berlusconi erano state puntate delle luci non sparate e non gelatinate, per farlo sembrare una mummia incartapecorita. E vabbé, un piccolo trucchetto non guasta mai… Ma in poche parole, Berlusconi docet, anche da noi il giornalismo buono se po fa’.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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