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Ahmadinejad in Egitto, con un obiettivo a lungo termine

– Una visita del presidente iraniano in Egitto, dopo 33 anni di rottura delle relazioni diplomatiche, non è solo un atto formale. Sta cambiando l’equilibrio del Medio Oriente. E’ comunque facile sopravvalutare questo evento nel breve periodo e sottovalutarlo nel lungo.

Chi pensa, infatti, che le alleanze e gli equilibri cambino nei prossimi anni, potrebbe rimanere deluso.
L’Iran continua ad essere considerato il nemico numero uno da tutti gli Stati arabi del Golfo Persico. Da quando è diventato l’unico regime protettore di Bashar al Assad in Siria, si è inimicato anche la Turchia e il resto del mondo arabo. Quando Ahmadinejad è uscito dall’Università di Al Azhar del Cairo (massima istituzione culturale dell’Islam sunnita) è stato accolto a scarpate da un giovane contestatore e la folla che lo ha circondato non sembrava certamente amichevole. E’ dunque molto difficile che nei prossimi anni l’Iran diventi un punto di riferimento per l’Egitto, così come per qualsiasi altro Paese arabo.

Sul versante egiziano, il presidente Mohammed Morsi non ha mostrato (almeno sinora) alcuna intenzione di recedere dal trattato di pace con Israele, né di rinunciare ai finanziamenti dagli Stati Uniti. Con i quali, tra l’altro, è stato concluso di recente un accordo per la fornitura di caccia F-16 per l’aviazione egiziana. Un’alleanza con Teheran, per il governo del Cairo, sarebbe una scelta di campo drastica, che comporterebbe la rottura dell’ultra-trentennale partnership con Washington. L’Iran è ancora soggetto alle sanzioni internazionali, è un pariah diplomatico e non può assolutamente aspirare a sostituirsi agli Usa come alleato principale del Cairo.

L’Egitto può concedere all’Iran piccole cose, che potrebbero influire sul futuro dei due Paesi. Una prima concessione, già avvenuta, è il diritto di passaggio nel Canale di Suez, che fino all’anno scorso era vietato alle navi militari iraniane. Le forze di sicurezza egiziane potrebbero anche chiudere un occhio sui transiti di armi iraniane nel Sinai, destinate ad Hamas. Anche qui si tratta di una concessione sottobanco che potrebbe già essere avvenuta, considerando il gran numero di razzi iraniani usati dal movimento islamista palestinese durante il breve conflitto con Israele dello scorso novembre. Infine, ma non da ultimo, l’economia egiziana è nel caos dal 2011 e al suo interno si è sviluppato un vasto mercato nero: le autorità del Cairo potrebbero chiudere uno o due occhi se l’Iran approfittasse di questa situazione per effettuare transazioni clandestine, aggirando le sanzioni internazionali.

Da parte sua, Ahmadinejad promette l’apertura di una linea di credito per gli egiziani. Che è quanto mai necessaria per il Cairo: l’Egitto ha reso noto che le sue riserve di valuta straniera, malgrado le iniezioni provenienti dal Qatar, si siano ridotte a 13,6 miliardi di dollari, il livello più basso negli ultimi dieci anni e in grado di coprire le importazioni solo per i prossimi tre mesi

Anche se dovessero aumentare, queste reciproche concessioni non cambierebbero, comunque, gli attuali equilibri mediorientali.
La visita di Ahmadinejad, piuttosto, potrebbe essere il primo passo di un processo di lungo periodo. E’ difficile da prevedere, ma non deve essere sottovalutato, come si tende a fare ora: potrebbe costituirsi una futura unità pan-islamica, a partire da una coalizione fra l’Egitto sunnita e l’Iran sciita. Lo scopo di Ahmadinejad era esattamente questo.

Se le parole hanno un senso (e ce l’hanno), l’intervista rilasciata dal presidente iraniano al quotidiano Al Ahram e il suo colloquio con il rettore di Al Azhar riassumono già tutto il programma di lungo periodo della Repubblica Islamica. Un’agenda che, storpiando Marx, proclama: “Musulmani di tutto il mondo, unitevi!”. In barba al suo appoggio dato ad Assad, il capo del governo di Teheran ha enfatizzato i principi di “giustizia, libertà e rispetto [che] sono un diritto di tutti i popoli”, dando ad intendere che si impegna ad appoggiare le rivoluzioni arabe contro i vecchi dittatori.

Sulle differenze fra sunniti e sciiti? Ahmadinejad è convinto che si possano superare e lo ha spiegato con una metafora: “E’ come avere quaranta persone sedute nello stesso autobus: fra loro sono anche molto differenti, ma tutti viaggiano verso la stessa destinazione”. Il suo universalismo non è tanto religioso, quanto politico. Al direttore del quotidiano Al Ahram ha spiegato che un mondo musulmano unito diverrebbe “una delle più grandi potenze del mondo”, per le risorse energetiche, una demografia in crescita vertiginosa e l’estrema vastità territoriale.

“Noi [iraniani, ndr] abbiamo sempre mirato alla fratellanza e all’unità fra musulmani. L’Iran non ha mai adottato misure ostili contro altri Paesi nella regione [i Paesi arabi del Golfo Persico lo smentirebbero, ndr]. Non siamo entrati in guerra contro Saddam Hussein, è stato lui ad invaderci e, sfortunatamente, qualcuno ha fatto causa comune con lui, sotto la pressione dei comuni nemici. Le nostre guerre sono solo il risultato delle interferenze dei nostri nemici nella regione”.

Per unificare occorre contrapporsi a un nemico comune. E questo è, ovviamente, Israele. Quando il direttore di Al Ahram chiama lo Stato ebraico con il suo nome proprio, Ahmadinejad lo corregge subito:

Io non uso il termine che lei usa [Israele, ndr]. Non l’ho mai usato. Io ho parlato di entità sionista usurpatrice. Noi ci opponiamo all’occupazione, all’ingiustizia e ai massacri. I sionisti giocano un ruolo speciale nel mondo e lei sa bene che cosa stiano facendo negli Stati Uniti e in Europa. Stanno conquistando i centri della ricchezza, della finanza, del potere politico su scala globale e cercano di controllare tutti i settori, distruggendo intere culture e sistemi economici, o provocando guerre”.

Secondo Ahmadinejad (che altro non fa che ripetere le tesi del libello antisemita “I Protocolli dei Savi di Sion”) il disegno sionista è globale e dunque occorre una potenza musulmana mondiale per fermarlo. Ipocritamente, poi, nega di avere alcuna intenzione di attaccare e distruggere lo Stato ebraico. “Le nostre forze sono solo difensive”. Ma “I sionisti vorrebbero colpire l’Iran, ma non sarà lasciata loro alcuna possibilità per farlo, né sarà data loro in futuro”.

Così dicendo, ad Ahmadinejad scappa una verità scomoda: “In ogni caso l’Iran è diventato uno Stato nucleare. Loro [i sionisti, ndr] hanno usato tutti i mezzi per impedire all’Iran dal diventare una nazione nucleare, ma hanno fallito”. Pronunciata in quel contesto, subito dopo aver discusso la possibilità di un attacco “sionista”, la frase di Ahmadinejad è inequivocabile: l’Iran si sta dotando di armi nucleari e non di centrali per uso pacifico, come il governo di Teheran aveva sempre dichiarato. Un test atomico potrebbe aprire una fase nuova. Unificare i partiti e i movimenti islamici sotto Teheran. Almeno questo è quel che il regime iraniano spera e, probabilmente, il vero scopo della sua politica a lungo termine.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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