Speciale liberalizzazioni/2 Spunti di un futuro migliore per giovani e consumatori

– La discussione politico-elettorale si sta avvitando intorno all’Imu e alle alleanza future. Benchè presente nell’agenda economica del premier uscente, che nella sua esperienza di regolatore, anche al governo, ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia, il tema liberalizzazioni è il grande assente di questa campagna. In due articoli, di cui uno pubblicato ieri, e focalizzati sulla liberalizzazione delle professioni, Libertiamo fa il punto del dove eravamo rimasti e dove faremmo bene ad andare.

Chi paga l’approccio corporativo del legislatore italiano? Giovani leve e consumatori.

Iniziamo dai primi. Immaginate il percorso tipo di un aspirante avvocato. Cinque anni per la laurea in giurisprudenza. Già questo, di per sè, lo disallinea dalla media dei suoi coetanei europei a cui è richiesto almeno un anno in meno per conseguire un titolo che consente l’accesso alla professione. Ottenuta la laurea, il giovin futuro principe del foro si fa un anno e mezzo di tirocinio oppure un annetto ulteriore di studi in una scuola di specializzazione. In ogni caso, se non ha mamma e papà col portafogli disponibile, non fa nè la scuola, ché costa, nè la pratica, che costa uguale, perchè il principale di norma non paga, mentre il praticante dovrà pur corrispondere l’affitto e mangiare, soprattutto se sceglie di andare in una grande città per avere migliori opportunità. Ma poniamo che i genitori possano supportare i tentativi del pargolo.

Finito il tirocinio previsto dalla legge, egli siede all’esame di abilitazione, che è una vera e propria lotteria con percentuali di promozione decrescenti: lo scorso anno solo il 38 per cento aveva superato le prove scritte. Supponiamo che il novizio sia bravo, o solo fortunato, e vinca la la lotteria dell’abilitazione. Congratulazioni avvocato! Che si fa domani? Il neo avvocato, entusiasta, cerca clienti. Grazie alla liberalizzazione parziale, completata da Monti, ora ha almeno la leva del prezzo (art. 9 D.L. 1/2012, qui). E’ giovane, vuole farsi conoscere dal mercato, e quindi offre i propri servizi a tariffe inferiori rispetto ai più attempati colleghi, i medesimi colleghi che in nome del “decoro”, dopo non averlo remunerato durante i circa due anni di tirocinio, ora lo preferirebbero intruppato nelle maglie delle tariffe obbligatorie per non soffrirne la concorrenza di prezzo. Di sicuro, se il novello leguleio “sgarra” sulla faccenda della pubblicità, gliela fanno pagare: l’Ordine ha il grilletto facile in fatto di disciplina.

Per informazioni, il neo abilitato può chiedere a quei due giovani professionisti milanesi che, un paio di anni fa, avevano avuto un’idea brillante e messo su una rete di avvocati on the road. Si chiamava Alt!, un acronimo che stava per “Assistenza Legale per tutti”. I professionisti aderenti alla rete, diffusasi in diverse città italiane, utilizzavano l’acronimo come insegna esterna ai propri uffici. Concorrenza sleale, secondo l’Ordine forense. No pasaràn. Le motivazioni dell’ordinanza disciplinare emessa dall’Ordine degli Avvocati furono eloquenti: «il messaggio [Alt! N.d.a.] si risolve non nell’informazione ma nella diretta suggestione; induce a ritenere, in modo emozionale e irriflessivo, che valga la pena di visitare quello che dal complesso della comunicazione appare proporsi come studio legale aperto e accessibile a tutti, senza ostacoli, rigidezze e formalità tipiche dello stereotipo legale». Il messaggio promozionale funzionava troppo bene, l’organizzazione del lavoro pure, ma per timore di perdere il proprio controllo sull’uno e sull’altra l’Ordine forense reagì imponendo la rimozione della “t” finale: Alt! Smetteva di essere per “tutti” e diventava Al, tristemente traducibile in “Assistenza Legale”. Se serviva un esempio di come gli avvocati insider interpreteranno anche le nuove norme sulla pubblicità, questo è uno.

Da questa vicenda è possibile trarre qualche ulteriore considerazione in fatto di liberalizzazione e opportunità. Che una maggiore libertà, e quindi un minor numero di vincoli normativi, nell’esercizio di una libera professione premia i bravi e non compromette il servizio, a vantaggio dei consumatori. La concorrenza è un incentivo a fare meglio degli altri, a costi più contenuti. Tuttavia lo spauracchio della sottoproletarizzazione delle professioni intellettuali, agitato dagli Ordini, non ha fondamento. Servizi professionali di alta gamma, ad alti prezzi, continueranno ad esistere nella misura in cui una domanda di tali servizi, più complessi, continuerà ad esistere. In ogni caso è giusto che a scegliere se spendere di più o  di meno siano gli utenti finali piuttosto che un organismo corporativo con l’aiuto del legislatore che impone tariffe uguali per tutti.

Tanto premesso, si comprende perchè il processo di liberalizzazione dell’economia italiana, e del mercato delle professioni nello specifico, sia tutt’altro che concluso.

Permangono ad esempio ancora molti margini, per caste e ordini, di incisione sulla libertà di promuovere i propri servizi attraverso pubblicità. E rimane intonso, come era prima del fascismo, lo stesso impianto ordinistico, che di per sè costituisce il più potente fattore di resistenza all’innovazione e alla concorrenza. Tra l’estremo rappresentato dalla proposta (forse eccessiva) di totale abolizione degli ordini, e il mantenimento dello status quo, c’è una via di mezzo molto efficiente. E’ quella inglese, dove, per fare un esempio, gli ordini professionali forensi (sono 4) sono sopravvissuti ai secoli. L’obbligo di iscrivercisi permane, ma ciascun professionista può scegliere a quale dei 4 aderire. Le Inn of Court (così si chiamano) sono dunque in competizione tra loro nell’accaparrarsi i migliori professionisti, non hanno statuto pubblicistico e certamente non ostacolano l’organizzazione dell’attività in forme più efficienti, anche di stampo imprenditoriale, cosa vietata ai professionisti italiani. Il successo delle firme legali anglosassoni in giro per l’Europa  – anche in Italia, dove occupano centinaia di avvocati italiani –  dimostra che quello è un modello adatto alla sfida della competizione globale, che crea buone opportunità di lavoro per i professionisti, peraltro molto ben remunerate.

Per fare un altro esempio, si pensi a come l’Olanda, sul finire degli anni ’90 del secolo scorso, abbia completamente deregolato la professione notarile: il numero dei professionisti da allora non è più definito dall’amministrazione centrale ma è libero, come libere sono le tariffe, la pubblicità e la piazza presso cui esercitare la professione. Risultato: prezzi più bassi per la categoria di atti notarili che definiremmo di “più largo consumo”, cioè quelli connessi al diritto di famiglia, e commisurati al valore dei contratti nel settore immobiliare. A chi protestava contro il pericolo del “mercato selvaggio” la realtà ha dato, anche lì, una risposta ineffabile: in otto anni, dal 1995 al 2003, il numero di notai era aumentato solo del 9%, con buona salute degli uffici notarili esistenti e degli utenti finali, che hanno beneficiato di prezzi migliori.

Questi spunti, e gli effetti positivi delle liberalizzazioni, sono un dato acquisito e noto oramai ai più. L’ultimo esecutivo ha intrapreso un processo di apertura del mercato dei servizi professionali che sta al suo successore, ma soprattutto al prossimo Parlamento, sviluppare fino in fondo. E’ questo il senso della cosiddetta “agenda Monti”: creare nuove opportunità di lavoro iniettando dosi massicce di competitività in mercati finora sottratti alla sfida della concorrenza e dell’innovazione. E’ solo passando da lì che si salva la ricchezza e il futuro di una generazione intera di italiani. Ma nessuno, ahinoi, ne parla.

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Twitter: @Antigrazioso

Vedi anche

Speciale liberalizzazioni/1 Dove eravamo rimasti? 


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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