Che noia, che barba questa campagna elettorale

di FEDERICA COLONNA – Dovrebbe essere una delle campagne più combattute delle storia recente, si sta dimostrando, forse, la più noiosa e prevedibile. Un romanzetto già letto prima, ripetitivo. E pure i colpi di scena, gli shock annunciati – come l’idea di Silvio Berlusconi di voler restituire l’IMU – sono ridotti a mosse già viste, sentite, prevedibili, più capaci di provocare imbarazzo che sorpresa.

Alla radice – comunicativa – di un racconto elettorale scarno e deprimente ci potrebbero essere due ragioni: la ripetitività narrativa dei profili di leadership e un certo e diffuso modo di intendere la comunicazione elettorale.

Il secondo punto è il più evidente. Per una certa parte della classe politica italiana, infatti, comunicare è – direbbero a Roma – “fa’casino”, farsi vedere, ottenere visibilità. Come? Attraverso ogni strumento televisivamente funzionante che va dall’alzare le braccia in modo inconsulto al gridare come al mercato del pesce. “Sbraitare, scomporsi, agitarsi” è il motto di una certa destra che l’ha sostituito al più obsoleto “credere, obbedire, combattere”.

Per molti la regola d’oro è riassunta in una frase: spararle grosse. Come se l’aggettivo “grosse” fosse l’unico adatto alle proposte elettorali. Non innovative, creative, utili, lungimiranti – tutti pregi che la politica, in senso ampio, dovrebbe avere. Ma grosse. In questa ottica rientra l’atteggiamento di Silvio Berlusconi, certo, ma i competitors non sono da meno. In particolare Beppe Grillo e Antonio Ingroia ricalcano, trasportandolo altrove, da un punto di vista politico-spaziale, lo stesso stile comunicativo. (per dire: chi può affrontare un candidato di Rivoluzione Civile in un talk show senza venire sbranato a suon – uno dietro l’altro – di braccialetti-operai-Fiom-maniinpasta-manisporche-animazozza-tangenti?).

È vero: sia Pierluigi Bersani che Mario Monti tentano di proporre un modello diverso. Fanno proposte. Hanno però problemi altri, legati al primo tema in questione: la leadership.

Va bene. Affrontare l’argomento in campo Pdl è inutile, porterebbe alle solite domande – inevase – e a qualche commento poco sobrio nei confronti del ruolo di guida gestito da Angelino Alfano. Il leader, invece, di Italia Bene Comune, Bersani, un problema, vecchio come il PD – nel senso inteso da Monti, cioè nato nel 1921 – ce l’ha. Ed è inverso a quello di Mario Monti.

Bersani è una specie di capo squadra di un team talmente corale da risultare un po’ sghembo. L’armonia, è vero, è maggiore rispetto ai tempi passati, soprattutto grazie all’operazione primarie che ha premiato un gruppo di candidati omogeneo. Il tema, però, riguarda un certo pudore con cui il leader tratta la comunicazione personale, come se fosse un compito cui sottoporsi per forza, a malincuore quasi, come se si trattasse di una operazione di maquillage. In effetti la campagna, vedasi il manifesto, ha il difetto di sospendere Pierluigi Bersani in un vuoto grigiastro e pneumatico in grado di cancellargli l’anima. Che, invece, lui ha, e viene fuori vicino la pompa di benzina di Bettolla.

Ecco: Bersani dovrebbe sentire la comunicazione come un modo di far emergere con più forza il suo profilo di leadership, quello dell’uomo concreto, che sa come si fanno le cose, e che viene fuori quando si sente più libero e usa formule personali. Il profilo di Bersani dovrebbe emergere di più e fare da collante per tutta la squadra, senza timori. Si sta, invece, lentamente inabissando, sotto i colpi del fuoco amico – Vendola docet.

Mario Monti, invece, deve dimostrare di avercela, una squadra. Competente, pronta, quanto più flessibile e agile. Civica. Per quanto il professore tenda a sottolineare il contrario, è abile nella comunicazione elettorale – tranne quando la percepisce come fa Bersani, come un compito pesante, e allora risponde alle domande dei giornalisti leggendo dalle cartellucce. No, non va fatto mai, pena la poca credibilità.

Nel suo caso un profilo chiaro c’è, il professore, appunto. Manca quello di chi gli sta intorno. Perché l’aggettivo “civico” non basta, va riempito. Si tratta di un percorso lungo e faticoso, di certo rischioso. I candidati devono essere buttati nell’agone mediatico. Persino una certa improvvisazione potrebbe essere premiata, come sintomo di novità e freschezza.

È come, insomma, se la campagna elettorale fosse agli inizi, come se il clima si dovesse ancora scaldare. E stavolta non basteranno un paio di #proposteshock à la Silvio maniera. Ci dovrebbero essere confronti all’americana, dibattiti sui tutti i temi – non solo l’economia – provocazioni che mirano alla sostanza della campagna.

L’idea di Italia che verrà. Ancora troppo confusa per crederci.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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