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Speciale liberalizzazioni/1 Dove eravamo rimasti?

– La discussione politico-elettorale si sta avvitando intorno all’Imu e alle alleanza future. Benchè presente nell’agenda economica del premier uscente, che nella sua esperienza di regolatore, anche al governo, ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia, il tema liberalizzazioni è il grande assente di questa campagna. In due articoli, uno oggi e l’altro domani e focalizzati sulla liberalizzazione delle professioni, Libertiamo fa il punto del dove eravamo rimasti e dove faremmo bene ad andare.

Le liberalizzazioni sono l’eterna promessa della politica italiana, perché sono la sua eterna incompiuta.

Si dirà: ma non ci aveva già pensato Bersani, quando era ministro, a liberalizzare con le famose lenzuolate? E che, allora, le privatizzazioni di inizio anni ’90 non sono sufficienti? E Berlusconi? Forse che volete darci a bere che quel “rivoluzionario liberale” del Cav. non ha disintegrato, in quasi vent’anni, i vincoli all’iniziativa economica privata, in qualunque settore? Ma poi, scusate, noi credevamo che con l’ultimo decreto del governo Monti la partita liberalizzazioni fosse bella che chiusa…

In queste domande di senso comune c’è del buon senso, ma anche una serie di cortocircuiti storico-politici che saranno meglio chiariti più avanti.

Da un punto di vista concettuale, la liberalizzazione è il risultato della rimozione di vincoli normativi e/o amministrativi all’ingresso di nuovi competitori in un determinato mercato, oppure al suo funzionamento. Sostenere che di liberalizzazioni non ce n’è abbastanza non è ingordigia “liberista”, bensì la conseguenza della latitudine dello Stato italiano, che negli anni ha ficcato il proprio naso dove non avrebbe dovuto, cioè in settori in cui l’iniziativa privata non solo sarebbe più efficiente a produrre beni e servizi, ma perfino più equa, dal momento che la competizione reca con sè il pregio di diminuire i prezzi e aumentare la scelta per i consumatori, cioè tutti noi.

Quella di tenere mercati amministrati è invece tuttora una tentazione invincibile per gli apparati politici. Riservandosi il diritto/potere di dettare condizioni di ingresso e regole di esercizio di un’attività economica, la cattiva politica persegue o disegni di cooptazione – come fa per esempio quando affida servizi pubblici locali a proprie controllate – oppure di conquista a breve termine del consenso – come quando baratta l’interesse generale con quello di una data corporazione.

Di questa materia il Parlamento italiano ha lastricato il percorso di liberalizzazione ripreso dal governo Monti dopo lo stallo berlusconiano, durato diversi anni a dispetto di una propaganda “liberale” incessante quanto impotente.

Eppure nella campagna elettorale in corso non c’è traccia di questo tema. Siamo avvitati sull’Imu, a inseguire l’agenda propagandistica del signore di Arcore.

Nella legislatura appena conclusa l’azione d’ostacolo è stata particolarmente concentrata nel settore delle professioni, sia regolamentate che non, che però nonostante tutto hanno beneficiato di qualche apertura, parziale, parzialissima, eppure costata una fatica immane.

Ci è voluto prima un decreto legge, che nell’estate 2011 dettava principi di apertura delle professioni regolamentate alla concorrenza. Troppo vago. Gli Ordini ne avrebbero fatto carta straccia. A novembre dello stesso anno l’Europa e l’intelligente mediazione del presidente della Repubblica ci regalarano un regime change. Fuori Berlusconi, dentro i professionisti. Arrivava Monti. Ed era su pressione del nuovo esecutivo, appena insediato, che il Parlamento approvava una delega di delegificazione degli ordinamenti professionali: entro agosto 2012 il Governo avrebbe dovuto disciplinare con proprio regolamento, sottraendolo alla copertura di legge, l’ordinamento delle professioni regolamentate, quelle cioè il cui esercizio richiede al professionista l’iscrizione in un ordine, albo o elenco. Il regolamento arrivava puntuale come un treno svizzero a metà agosto 2012: il possibile era fatto, per l’impossibile sarebbe servito un Parlamento diverso, meno prono ai desiderata di caste e cricche. Nel frattempo, a inizio 2012, l’esecutivo guidato dal professor Monti aveva provato a puntellare la propria opera liberalizzatrice con un decreto legge, detto, appunto, “liberalizzazioni”, che era entrato nelle aule del parlamento come una Ferrari e ne era uscito come una Fiat Panda. Senza offesa per questa nobilissima autovettura.

Alla fine di cotanto sforzo, il bottino resta comunque magro. Niente nuove licenze per i tassì, che restano decise (cioè mai) dai Comuni anzichè dalla nuova autorità dei trasporti; i farmaci di fascia C, quelli per i quali è richiesta la ricetta del medico ma sono a carico del cittadino, continuano a restare esclusiva delle farmacie; i notai hanno mollato qualche centinaio di posti messi a concorso in tre anni; gli avvocati, imperterriti, hanno continuato a sostenere, udite udite, di difendere il “decoro” della professione opponendosi, nell’ordine:

–      all’abrogazione delle tariffe obbligatorie, che, comunque, l’esecutivo Monti realizzava;

–      alla liberalizzazione della pubblicità per i propri iscritti;

–      al riconoscimento di  un compenso ai praticanti, ora dovuto dopo i primi sei mesi;

–      alla riduzione del tirocinio professionale da 24 a 18 mesi.

Nel frattempo, andando in direzione opposta sia al disegno del governo che a quello europeo, i 134 principi del foro seduti in Parlamento riuscivano a introdurre nuove esclusive in loro favore, privandone un numero indefinito di professionisti di “serie B” non iscritti ad alcun Ordine.

In limine di scioglimento, infatti, le Camere trovavano modo e forza politica di approvare una controriforma della professione forense che ha sottratto la corporazione dei legulei alle norme più liberali precedentemente varate.

Ecco dove siamo rimasti. Da qui bisogna ripartire. E intanto sarebbe già qualcosa se Monti, titolato quanto altri mai sul tema, lo riportasse al centro della discussione politico-elettorale. Sarebbe un modo di raccontare il disegno dell’Italia dei prossimi anni, che si costruisce liberandone le energie produttive. Altro che mattoni e Imu…

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Twitter: @Antigrazioso

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Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

4 Responses to “Speciale liberalizzazioni/1 Dove eravamo rimasti?”

  1. La responsabilità dell’approvazione della riforma forense è da addebitare anche (per non dire soprattutto) al governo, posto che il sottosegretario alla Giustizia, Mazzamuto, ha fatto di tutto per farla approvare nell’ultima ora della legislatura e che la Ministra Severino, anzi l’avv. Severino, si è ben guardata dall’intervenire in aula. Le critiche di Monti ex post sono state quindi inutili e un pò ipocrite perchè i fatti e gli atti parlamentari parlano chiaro. Il Governo poteva benissimo mettersi di traverso ma invece ha fatto il contrario. Il fatto che poi il PD abbia avuto un atteggiamento corporativo (altro che lenzuolate!) e di fatto contribuito a far approvare questa norma e che gli unici ad opporsi siano stati i Radicali (e alla Camera Raisi e altri tre o quattro parlamentari ribelli, posto che anche Benedetto della Vedova ha votato a favore della riforma, con grande stupore) rende inutile, per la prossima legislatura, qualsiasi dibattito sulle liberalizzazioni perchè saranno solo chiacchiere.

  2. giuseppe gaetano marangi scrive:

    E questo è tutto? Delle vere liberalizzazioni non parlate. Per esempio quella di costruire immobili sol che siano rispettati i vincoli volumetrici; quella di avviare una attività economica solamente a “notifica”; quella di contrattare un salario con i propri dipendenti; quella di non sottostare alle norme capestro del fantastico statuto dei lavoratori; quella di controllare effettivamente le assenze per malattia; quella di stipulare una assicurazione che sia sostitutiva di quelle capestro dell’INAIL ecetera eccetera!

  3. Canmastino scrive:

    E’ inutile chiedere ai governi politiche liberali e liberiste se, poi, chi dovrebbe credere per primo nell’impresa privata e nel libero mercato, vale a dire, gi imprenditori, rifiuta la concorrenza. Anni fa, in una città nota per le industrie tessili, gli imprenditori fecero un accordo di cartello per rottamare, in vista della loro sostituzione con macchinari di nuova generazione, telai ancora buoni, per impedire che operai desiderosi di mettersi in proprio potessero fare una concorrenza sgradita. E, in altra città del Sud, i piccoli imprenditori conservieri che, operando nell’esportazione, avevano bisogno di un’assistenza bancaria qualificata nel settore “merci ed estero”, non trovarono appoggio nella relativa unione industriale per far arrivare sulla piazza una banca del nord che, oltre ad essere in grado di fornire l’assistenza richiesta, era piu’ adatta a servire le piccole e medie imprese.Se gli imprendityori fossero veramente liberisti e “non di sinistra”, la loro organizzazone di categoria si sarebbe mossa. Ricordo che, quando facevo propaganda per il Partito Liberale (epoca Malagodi)il mitico popolo delle partite IVA mi rideva in faccia, raccontava la barzelletta dei congressi tenuti nelle cabine telefoniche e votava partiti “tassa e spendi” come la DC e il PSI

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