di PIERCAMILLO FALASCA – Secondo alcuni, in una fase di crisi drammatica come quella che stiamo attraversando, la politica dovrebbe accantonare il dibattito e le riforme in materia di diritti civili e dedicarsi prioritariamente alle misure di natura economica. E’ un convincimento superficiale, perché le commissioni e le aule parlamentari sono in grado di affrontare più argomenti contemporaneamente (non diciamo che i parlamentari lavorano troppo poco?). Ma è soprattutto una sottovalutazione della portata sociale, culturale e finanche economica di ogni allargamento della sfera della libertà e dei diritti individuali.

Come ci ha suggerito anni fa il sociologo Richard Florida, le società più aperte e tolleranti alle differenze di genere, di razza, di religione o di orientamento sessuale sono anche quelle più capaci di attrarre e valorizzare il talento e di premiare l’innovazione.

Il matrimonio civile è un istituto in crisi persino per gli eterosessuali, non è sempre il passaggio obbligato di un cammino d’amore, né la precondizione alla procreazione. Eppure riconoscere il diritto agli omosessuali di accedervi sarebbe importante per una politica che si ponesse l’obiettivo di eliminare le incrostazioni di una cultura della discriminazione e del pregiudizio ancora strisciante e, con l’occhio rivolto al futuro, contribuire a rendere l’Italia una terra più accogliente per tutti.

Ci sono robuste argomentazioni “conservatrici”, molte delle quali efficacemente espresse dal premier britannico David Cameron, a favore dell’apertura del matrimonio civile alle coppie omosessuali. In primo luogo, una sorta di favor stabilitatis: chi ama, abbia diritto a rendere stabile il proprio impegno nei confronti del compagno o della compagna di vita. In seconda battuta, la valorizzazione della famiglia come prima fondamentale cellula di un welfare diffuso, decentralizzato e non necessariamente statale.

Pragmaticamente, andrebbe “proposto” agli omosessuali che il loro nuovo matrimonio non prevedesse la reversibilità della pensione per il coniuge superstite, uno strumento di welfare pensato per una società in cui il patto tra marito e moglie era sostanzialmente fondato sul lavoro extra-domestico del primo e su quello domestico per la seconda, legato alla cura dei figli, degli anziani e della casa. In prospettiva, semmai, andrà ripensata e ridotta anche la reversibilità anche per i matrimoni etero, irrobustendo strumenti di welfare attivo che consentano a tutti i membri di una famiglia di accedere al mercato del lavoro.

Con pragmatismo, andrebbe affrontato il tema molto controverso delle adozioni: accantonandolo per ora, in una società che ha probabilmente bisogno di osservare e sperimentare in modo sempre più palese la “banale normalità” di un matrimonio o di un’unione civile tra omosessuali, prima di assumere posizioni più ragionate sull’argomento delle adozioni delle coppie omosessuali.

La consapevolezza che dovrebbe guidare il dibattito è che ormai l’Italia non è una società isolata, ma è pienamente immersa nello spazio civile europeo: già oggi nessuno può vietare ad una coppia omosessuale italiana di sposarsi in Spagna, in Olanda, in Svezia e, a breve, in Gran Bretagna.
Un divieto non è mai assoluto: si può sempre votare con i piedi, andandosene. In un paese come il nostro, con il declino dietro l’angolo e in cui le motivazioni per emigrare iniziano ad essere troppe, non è davvero auspicabile aggiungerne un’altra.

PS. Secondo il cardinale Bagnasco, l’apertura del matrimonio civile alle coppie omosessuali condannerebbe la società al baratro. Un alto rappresentante delle gerarchie vaticane ha certamente il diritto di esporre e promuovere la sua rispettabile posizione nel dibattito pubblico e politico italiano ed europeo. Libera Chiesa in libero Stato.