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Le parole della politica. 7/Territorio

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

Puntate precedenti: 1./Centro, 2./Laicità, 3./Moderati 4./Maggioritario  5./Solidarietà  6./Innovazione

Se c’è un elemento che meglio degli altri definisce l’autonomia della politica, come forma costitutiva della dimensione e dell’azione pubblica, questo è proprio la “libertà dal territorio”. E’ stata soprattutto Hannah Arendt a valorizzare questo aspetto della visione di Machiavelli. L’invenzione della politica moderna (prima in Europa, poi nell’intero occidente) nasce con la percezione e l’affermazione  della distinzione capitale tra la politica (la vita activa, il regno della libertà) e il territorio (il regno della necessità, dei dinamismi biologici e naturali).

È  proprio con questo salto che la politica acquisisce la sua autonomia e la sua dignità, definendo la differenza tra la dimensione della polis e della partecipazione dei cittadini al regno della libertà e lo spazio del focolare familiare e dei bisogni immediati. Di contro, tanta, tantissima retorica nel dibattito politico-elettorale italiano dell’ultimo ventennio è stata profusa sulla centralità del territorio e dei territori, come se fare politica significasse ratificarne e istituzionalizzarne le aspettative, cioè le necessità “date”. Quanti parlamentari, a cominciare dai leghisti (che sono i primi ad aver costruito questa egemonia concettuale), continuano a ripetere che dopo il lavoro parlamentare devono tornare, il fine settimana, a casa per interpretare la volontà (cioè i bisogni) del territorio.

Ora, è da definizione di educazione civica scolastica il fatto che un’entità politica consti di tre elementi: una popolazione, ovvero una moltitudine di cittadini; la presenza di questa popolazione su un determinato territorio; e il vincolo per i cittadini che vivono su quel territorio di una precisa e determinata sovranità. Il territorio, insomma, è solo la delimitazione dei confini che circoscrivono lo spazio pubblico, sul quale viene esercitata quella sovranità politica per quei cittadini. È in fondo l’elemento naturale, primo, ma – come sottolineano la Arendt e prima di lei Machiavelli – è l’elemento che va superato e reso “politico” dalla cittadinanza e dalla sovranità.

Non è un caso che da quando esiste una concezione parlamentare e liberale della rappresentanza il singolo parlamentare non ha vincolo di mandato, né territoriale, né di schieramento: egli è rappresentante della nazione, ovvero dei cittadini nel loro complesso, e nessun obbligo naturalistico può costringere o forzare la sua libertà. E’ un fatto originario e costitutivo che, al di là delle regole elettorali, rende il parlamentare libero e vincolato solo dalla sua coscienza e dalla volontà di scegliere per il bene della nazione, che a sua volta non è solo una somma di territori, ma una realtà che discende dal loro legame politico.

È ovvio quindi che in nessuna democrazia del mondo un politico possa rappresentare esclusivamente le ragioni del territorio di elezione: non è un sindaco, non è un eletto di consessi territoriali. E ricordarlo servirebbe molto a bonificare il linguaggio retorico della politica italiana e ad evitare l’ennesima trappola lessicale, che rivela la deriva particolaristica e corporativa del nostro dibattito pubblico.

Twitter @lanna_luciano


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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