– Se proprio Berlusconi vuole restituire le tasse agli italiani potrebbe partire, anziché dall’Imu, dal canone Rai. E a sostenerne gli oneri dovrebbe essere lui.

Da anni, infatti, i contribuenti sono costretti a pagare un canone maggiorato a causa del tetto che la legge Gasparri impone alla raccolta pubblicitaria della concessionaria pubblica. Oggi Rai e Mediaset fanno grosso modo gli stessi ascolti. Mentre però Mediaset controlla il 62% (2,35 miliardi) della raccolta pubblicitaria televisiva nazionale (dati 2011), la Rai non arriva al 24% (891 milioni)fonte: AGCOM, Allegato A a delibera n. 551/12/cons. Se Rai e Mediaset riallineassero la raccolta pubblicitaria agli ascolti, Mediaset perderebbe circa 730 milioni all’anno e altrettanti ne guadagnerebbe la Rai e ne risparmierebbero i contribuenti, che avrebbero così uno sconto fiscale pari a circa la metà del canone Rai (1,6 miliardi di euro, con un’evasione stimata superiore al miliardo).

Berlusconi, forte della retorica popolarissima sulla prima casa che “non si tocca”, suggerisce illusionisticamente l’idea che il rimborso dell’Imu 2012 sarebbe incassato da tutti, ma non sarebbe pagato di fatto da nessuno, mentre, vista l’inattendibilità della copertura prevista (l’accordo con la Svizzera sui depositi “esodati” dei cittadini italiani), a pagarlo sarebbero i non proprietari a vantaggio dei proprietari e – cosa ancora più grave – i redditi medio-bassi, su cui poggia la gran parte del gettito delle imposte dirette e indirette, a vantaggio di quelli più alti e più “invisibili”, con una gigantesca redistribuzione regressiva per i contribuenti (o gli evasori) più patrimonializzati.

Nel caso del canone Rai, invece, a pagare il risparmio fiscale sarebbe il mercato e a scontare le perdite l’editore (Berlusconi), cui il tetto alla raccolta pubblicitaria della Rai ha concesso da anni una rendita fiscalmente insostenibile (di circa 7 miliardi dall’approvazione della legge Gasparri, non proprio bruscolini). A fare il lavoro per bene e a correggere i difetti di regolazione che oggi avvantaggiano Berlusconi, danneggiando indirettamente i contribuenti, occorrerebbe anche intervenire – ammonisce sempre l’Agcom – sull’elevata concentrazione del mercato pubblicitario, che non rende concorrenziali le offerte né “giusti” i prezzi, ma determina alterazioni nella struttura delle negoziazioni e favorisce l’unico vero e libero venditore finale, cioè Mediaset.

Berlusconi ha subito per anni la minaccia dell’esproprio proletario e ha reagito denunciando il manifesto conflitto d’interesse politico dei censori del suo (altrettanto manifesto) conflitto di interesse imprenditoriale. Ma tra la retorica del “non s’interrompe un’emozione” e la difesa del sussidio indiretto al bilancio di Mediaset, è possibile trovare un “giusto mezzo” liberale, mercatista e perfino, in linea teorica, “berlusconiano”, se si guarda alle promesse passate più che alle intemperanze presenti di questo imprenditore-editore molto particolare.