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Lo S.D.O. si farà, ma “ridotto”: la grande Roma di Piccinato va in soffitta

Lo S.D.O. (Sistema Direzionale Orientale) di Pietralata si farà. Il quasi mitico progetto degli anni Sessanta, rivisitato dall’amministrazione di Gianni Alemanno con una “variante non sostanziale” approvata dalla Giunta nel luglio scorso, è stato inserito dal Governo nel “Piano Città” e finanziato con 113 milioni di euro. Si tratta di uno dei 28 programmi approvati il 17 gennaio dal Ministero delle Infrastrutture. Sembrerebbe una conquista ma non lo è, considerate le antiche, ambiziose premesse. In un intrecciarsi di proclami e promesse, stop e ridimensionamenti, idee e persone, progettisti e amministratori.

Una storia che parte nel 1957. Con un progetto pieno di grandeur, immaginato dal sindaco Salvatore Rebecchini, e che conosce l’ultima sterzata con il decreto Sviluppo del governo Monti, in una versione ormai drasticamente ridotta, dopo aver attraversato una serie di accidentati tornanti. Il progetto originale dello S.D.O., confluito nel piano regolatore generale del 1962, riguardava il trasferimento di ministeri e centri direzionali nell’area Est della capitale. Quartieri interessati Pietralata e Centocelle, in particolare l’ex aeroporto. Ma l’area si estese anche a Tiburtino e Casilino.

Proprio a partire dal 1962 si moltiplicano le difficoltà, riguardanti in special modo le proprietà dei terreni. Con gli spazi interessati comprendenti aree demaniali, controllate dalla Fiat e dal Vaticano. Ma anche una miriade di piccoli proprietari, soprattutto nella zona di Pietralata, dove pian piano si concentrerà il progetto S.D.O.. Dagli anni Sessanta si passa al 1990, quando viene approvata la legge che istituisce i fondi per Roma capitale. Nel 1995 iniziano le indagini archeologiche. Nel frattempo gli scenari mutano, le certezze scompaiono. L’ex aeroporto di Centocelle, dove avrebbe dovuto sorgere il centro direzionale, viene destinato a parco.

Nel 1998, il governo Prodi rassicura l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli sull’approvazione dell’accordo di programma in tempi brevi. Si giunge al 2001, sindaco Walter Veltroni. Vengono notificati tutti gli atti degli espropri. Nel 2003 governo e Campidoglio siglano un protocollo d’intesa che stabilisce che a Pietralata verranno trasferite la Provincia di Roma, l’Università La Sapienza, l’Istat, più altre agenzie, con la costruzione di parcheggi e ponti. Per una spesa totale di 161 milioni di euro.

Da allora passano altri anni, e con loro sindaci e giunte. Fino a oggi. A quella che viene presentata come una nuova città nella città, con due parrocchie, una scuola elementare, un commissariato, centri sportivi, laboratori del Teatro dell’Opera, alloggi in housing sociale, edilizia privata e uffici. E ancora, piste ciclabili, parcheggi pubblici, orti urbani e due nuove piazze. Nella realtà delle cose, al di fuori dell’enfasi della politica, un passaggio sostanziale. Dalla geniale, primitiva idea di Piccinato dell’asse attrezzato, alla progettualità strategica di Kenzo Tange, fino a un fare di “risulta”. L’intuizione di Piccinato di ancorare l’espansione di Roma e la salvaguardia dell’area storica a una struttura lineare punteggiata da emergenze architettoniche è miseramente fallita.

Il paradigma dell’urbanistica a Roma: da un lato una testa geniale che pensa e parla “urbatettura”, dall’altro una classe politico-imprenditoriale irresponsabilmente sorda alle istanze della cultura. Allora, disinteressata non soltanto all’approvazione del PRG del 1962 nella sua prima versione, che includeva indirizzi per alleggerire il centro storico dalle attività del terziario e per non stravolgerne la fisionomia, ma anche alla versione approvata che prevedeva, ad esempio, una densificazione controllata. Ora, tutta presa dal far deliberare su aree dell’agro romano nelle quali, ancor più dei vincoli di vario tipo esistenti, dovrebbe essere il buon senso a sconsigliare la massiccia edificazione.

La Roma dei sette colli e delle mura serviane e poi dilatata fino a essere inclusa nelle mura aureliane. Quella medievale e poi le tante successive. Dal Tabularium sul colle capitolino alla stazione Tiburtina. Pezzi di una stessa Città. Slegati. Uniti in un contesto urbanistico arruffato. Dilatato, seguendo la naturale tendenza, verso nord fino ai limiti comunali di Guidonia. Verso sud, verso i castelli romani. Una Città sviluppatasi nel disordine, seguendo non di rado gli interessi di pochi privati piuttosto che le norme suggerite dalla buona pratica urbanistica.

È seguendo queste logiche irrazionali che il grande progetto S.D.O. si è trasformato in una semplice riqualificazione urbana. I ben 27 milioni di metri cubi tra ministeri, uffici e servizi, su un’area di 776 ettari mutati in una serie di interventi “chirurgici”. L’idea di una Roma Capitale pianificata secondo i criteri dell’ordine e della funzionalità tradita dal connubio tra una certa politica ed il business edilizio, la Roma del decentramento e dei servizi, ispirata ad un grande visione sul futuro, svilita. Ridotta a poco più di alcuni provvedimenti necessari, ma ordinari.

Sarà difficile rimettere un po’ di ordine nella Città delle aggiunte disarticolate. Ma sembra venuto il tempo di provarci.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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