“Voglio il condono”. “Ma certo che sì!” Un Cav. svagato non sa neppure quel che promette

di ALFREDO BARDOZZETTI – Ero impegnato a scrivere alcuni commenti sulla squadra che giocherà il prossimo Festival di Sanremo, proponendo parallelismi arditi tra Baggio e Bruni, presto uniti in un tandem d’attacco da notti magiche. Poi è planata sul mio tavolino la richiesta di un commento sul condono tombale promesso (o minacciato) ieri da Berlusconi. Compito dal quale non posso purtroppo esimermi, visto che avevo già accettato di scrivere una nota di (buon) costume. Il così detto “condono tombale” consente alla generalità dei contribuenti di regolarizzare la propria posizione di fronte al Fisco per tutte le imposte previste dall’ordinamento. Il legislatore decide se al condono possono fare ricorso anche i contribuenti nei confronti dei quali l’amministrazione abbia  già avviato un procedimento di verifica.

Il condono rappresenta una misura temporanea e volontaria: il contribuente, infatti, può scegliere se avvalersi o meno dell’opportunità offerta dal legislatore, versando una somma una tantum per “comprare” una fedina fiscale immacolata e l’immunità da ulteriori pretese sul quantum condonato. Da questo punto di vista è probabile che gli effetti sull’economia di questa entrata straordinaria siano meno restrittivi di quelli connessi, a parità di saldi, a una riduzione della spesa o all’aumento di altre imposte. Peraltro, attraverso il condono potrebbero essere fatti rientrare nel circuito dell’economia regolare capitali oziosi, altrimenti parcheggiati in impieghi non produttivi o poco efficienti. Questi sono indicati in genere dai cultori della materia come i principali effetti positivi che possono scaturire da un condono fiscale.

Se il gioco vale la candela, però, lo si può capire solo dopo aver delineato una stima dei possibili oneri. Come tutte le misure di natura transitoria, il condono può produrre un effetto doping nei conti pubblici. Per un anno (o poco più, se si offre la possibilità di rateizzare) si registrano entrate aggiuntive, poi bisogna gestire il ritorno a un livello fisiologico di incassi più basso. Se si usano gli introiti di misure temporanee per finanziare spese o coprire minori entrate vi è il rischio che, terminato l’effetto effervescente del condono, ci si trovi a fronteggiarne i buchi nel bilancio.

Un aspetto molto dibattuto e di grande importanza è se il ricorso al condono favorisca o meno il puntuale adempimento degli obblighi fiscali negli anni successivi. Se il condono obbliga il contribuente a fornire dettagli circa la fonte e l’entità della base imponibile sommersa, allora il Fisco può acquisire informazioni utili per contrastare con maggiore efficacia l’evasione. Se invece con l’importo pagato il contribuente è in grado di mettersi al riparo da qualsiasi altra pretesa, anche solo informativa, dell’amministrazione, allora è difficile ipotizzare che l’opera di pulizia del condono possa produrre effetti positivi per gli anni a venire.

È inoltre necessario considerare almeno due aspetti ulteriori, forse difficili da quantificare in termini monetari. In primo luogo, un condono che non faccia seguito a un cambiamento radicale della normativa tributaria può essere percepito come un calcio in bocca all’equità. Alcuni redditi sono assoggettati a ritenuta alla fonte (redditi da lavoro dipendente e alcune rendite finanziarie), altri no. È difficile evadere sui primi, un po’ meno sui secondi. Il condono suona come un “tana libera tutti” per i contribuenti meno ligi al dovere e rappresenta un premio per chi ha scelto di violare alcune leggi. Se negli anni a venire si avvierà un processo di duraturo risanamento dei conti pubblici, sarà necessario investire parecchio sull’equità, in modo che intorno a sacrifici ben distribuiti possa costruirsi un sufficiente consenso sociale. Iniziare la legislatura con un passo di tenore opposto non lascia ben sperare. Naturalmente dal punto di vista dell’equità gli effetti sarebbero di gran lunga peggiori se col condono fosse possibile chiudere anche vertenze già iniziate.

In secondo luogo un condono oggi induce i cittadini a pensare che ce ne possano essere altri in futuro. E che magari al condono tributario potrebbe seguirne uno edilizio. Il ricorso a misure di questo tipo, quindi, incentiva il contribuente a non ottemperare nell’attesa di un nuovo intervento ad hoc. Anzi, quanto maggiore è l’entità del contenzioso che si accumula, tanto più alte saranno le voci che si leveranno per chiedere un colpo di spugna, dopo il quale stabilire un “nuovo inizio”. In una spirale che può contribuire a rendere il settore pubblico sempre meno credibile, sempre meno equo. I cultori della materia (perfidi gnomi) a questo punto farebbero notare che se ti aspetti un condono domani, smetti già oggi di pagare le tasse. Per cui anche solo l’annuncio di un condono determinerebbe un più blando rispetto della normativa tributaria.

Fare quindi un “buon condono”, posto che sia possibile, è comunque molto difficile, perché occorre misurarne gli effetti non solo sul piano del consenso, ma anche su quello dell’efficienza e della tenuta complessiva del sistema tributario. È davvero strano che questa ennesima proposta shock di Berlusconi sia stata in realtà una improvvisata risposta ad una domanda dal pubblico durante la trasmissione L’aria che tira, su LA7. “Io le do il mio voto, se fa un condono tombale”, dice una signora. E quel “Sarei assolutamente d’accordo nel farlo, ma è sempre stato avversato dalla sinistra in maniera totale” pronunciato da Berlusconi sembra quasi la battuta estemporanea di chi giunto un po’ assopito al momento del dolce, scosso dall’insistenza del cameriere, si trae d’impaccio con un serafico “ne porti uno anche per me”.. Ricostruzione un po’ frivola? D’altra parte mi ero tarato sul Festival. Ma anche Berlusconi, che ha puntualmente semi-smentito l’apertura al condono (“solo in caso di riforma globale”) sembra confermare l’improvvisazione della “sparata”, e l’attitudine del personaggio a spararla grossa, senza porsi soverchie domande sui come e sui perché.


Autore: Alfredo Bardozzetti

Nato a Termoli nel 1976, laureato in Economia Politica ad Ancona con un successivo periodo di perfezionamento in ambito economico-finanziario a York. Economista, si occupa di finanza pubblica.

Comments are closed.