Perché un’Unione Europea “à la carte” non può funzionare

– Sono tempi duri per l’Unione Europea. Dopo il discorso di Cameron della settimana scorsa, anche il premier olandese Rutte ha suggerito di creare una via uscita legale dall’euro. Questi sono segnali d’allarme importanti che le istituzioni europee devono essere in grado di ascoltare per poter reagire con forza alle forze centrifughe che la crisi ha messo in moto.

Il premier David Cameron si è piegato alle richieste dell’ala più euroscettica del suo partito, ponendo la questione europea al centro dell’agenda. Cameron ha annunciato l’intenzione di indire un referendum nella prima metà della prossima legislatura per chiedere ai cittadini inglesi se hanno intenzione di rimanere all’interno dell’Unione Europea oppure di abbandonare la barca sulla quale sono saliti nel 1973.
I media hanno rappresentato un Cameron decisamente anti-europeo, ma la sua posizione è in realtà molto più elaborata.
In primo luogo, il Premier ha parlato di un referendum da tenere entro il 2017, quindi non esattamente un’emergenza da affrontare nel breve periodo, e lo ha garantito solo se le elezioni del 2015 lo riporteranno a Downing Street. Con un astuto balzo in avanti, Cameron si è già impossessato della carta europea da giocare nelle prossime elezioni politiche.

Secondo, Cameron ha detto chiaramente che voterà contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea se questa sarà in grado di accogliere le istanze di Londra (qualsiasi esse siano). Cameron non ha detto di voler portar il Regno Unito fuori dall’UE, ma ha chiesto con forza istituzioni europee più flessibili ed efficaci.

Il testimone del dibattito euroscettico è stato preso dal primo ministro olandese Mark Rutte una settimana dopo il discorso di Cameron. Rispodendo ad un’interrogazione parlamentare, Rutte ed il suo ministro delle finanze Dijsselbloem hanno suggerito che i trattati comunitari dovrebbero avere delle clausole di uscita da accordi europei individuali, come Schengen e la moneta unica, mentre al momento il Trattato di Lisbona prevede solo la possibilità di uscire dall’Unione Europea per intero. Come il Regno Unito, anche l’Olanda sostiene la necessità di creare un’Unione più flessibile attraverso una riorganizzazione delle competenze ai vari livelli, magari attraverso un utilizzo più frequente degli opt-out. Anche in questo caso, la richiesta è quella di ridiscutere alla base l’Unione Europea che, secondo Rutte, non sarebbe funzionante.

Alcune di queste critiche e preoccupazioni sono condivisibili. Gli eurosummit mensili dal 2010 hanno partorito topolini su topolini ed è solo grazie alla guida carismatica della Banca Centrale Europea che la crisi dell’euro è in parte rientrata, ma siamo solo all’inizio. Gli effetti sociali della crisi sono in parte stati accentuati da una leadership europea non all’altezza delle sfide e delle decisioni necessarie, così correzioni di bilancio eccessive hanno trascinato verso il basso tutti gli indicatori economici del vecchio continente. La vera sfida è rappresentata dalla disoccupazione giovanile alle stelle in molti stati membri, ed anche la locomotiva tedesca rallenta quando la salita si fa dura e nessuno spinge.

Allo stesso tempo, l’idea di Cameron e Rutte di un’Unione à la carte non è realistica. In primo luogo, queste posizioni sembrano più dettate da ragioni congiunturali di politica interna che dalla volontà di avviare una seria riflessione su come riformare la governance europea. Al contrario, sembra che Cameron e Rutte giochino a scaricare su Bruxelles il peso di una crisi economica che entra nel suo sesto anno. In secondo luogo, l’Unione Europea è un progetto identitario lanciato da uomini usciti da una guerra mondiale in grado di superare l’odio personale e porsi l’obiettivo di creare un’area di pace, prosperità e diritti. L’UE non è una burocrazia, ma un’idea diversa di essere europei.

L’UE è un grande progetto con enormi problemi, ma dare la possibilità di scegliere quali politiche adottare e quelle dalle quali astenersi ne sancirebbe la fine. Regno Unito ed Olanda chiedono dei cambiamenti e le istuzioni europee hanno il dovere di ascoltare tali richieste e di proporre soluzioni adeguate, ma è all’interno di un’Unione Europea basata su solidarietà e buone politiche che si trovano le soluzioni alla crisi. ll presidente Van Rumpuy ed il presidente Barroso hanno l’onore di guidare le più alte istituzioni europee, ma hanno anche il dovere di ricordare con forza che l’Unione o esiste per tutti, oppure non esiste per nessuno.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

One Response to “Perché un’Unione Europea “à la carte” non può funzionare”

Trackbacks/Pingbacks