Le parole della politica. 6/Innovazione

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

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Non passa giorno che la politica non pronunci la parola “innovazione”. Certo, si tratta della metafora principale dei nostri anni di complessità, del concetto-guida su cui deve modellarsi di fatto qualsiasi modalità di impegno civile, sociale e quindi politico. Ma la nostra impressione è, anche stavolta, che sul termine aleggino diversi equivoci. A cominciare dalla confusione tra l’innovazione in sé e una politica industriale tesa semplicemente a favorire processi di innovazione interni ai meccanismi economico-produttivi.

Proprio ieri si è svolto a Roma un importante convegno, promosso dal Cnr, sulla “necessità di porre l’innovazione e il digitale al centro della strategia per il futuro dell’Italia”. E ne è scaturito un impegno condiviso sull’importanza di una piattaforma comune sull’innovazionesu cui definire l’agenda dei lavori del prossimo parlamento”. Siamo d’accordo: è proprio su questo sforzo per adeguare i nostri processi pubblici alla nuova metafora dell’innovazione – da sostituire alla vecchia modellistica di strutture gerarchiche o della burocrazia centralizzata – che va sintonizzato il farsi della stessa politica, della democrazia, dei partiti.

L’impressione, invece, è che la pubblicistica tenda a limitarsi a percepire l’innovazione all’interno dei processi industriali e produttivi. Ne hanno scritto sul Corriere della Sera Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, con un editoriale dal significativo titolo di Troppe illusioni sull’innovazione.
Scrivono sul tema dal Pd (ma la stessa argomentazione può arrivare anche dalle altre offerte politiche, sia chiaro…):

“La liberalizzazione dei mercati non è sufficiente. Il contrasto alle rendite, le privatizzazioni, gli abbattimenti fiscali possono favorire innovazione e competitività ma ci lasceranno con un lavoro fatto a metà. È necessario ripensare le linee strategiche e gli strumenti della politica industriale. L’illusione che sia il mercato a far crescere l’economia ci sta portando a sbattere. La risposta spontanea delle imprese (alla globalizzazione) è insufficiente”.

E’ questo un equivoco, precisano Alesina e Giavazzi, in cui incorrono anche gli altri. Il fatto è che nel Dopoguerra, soprattutto fra il 1945 e la metà degli anni Settanta, la politica industriale è stato un elemento essenziale della nostra rinascita economica. L’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), l’attore centrale di quel periodo, fu anche preso ad esempio da molti Paesi in via di sviluppo, in particolare dal Giappone. Negli anni Sessanta l’Iri, come il Miti (Ministero del Commercio internazionale e dell’Industria) giapponese, erano parte di un sistema economico incentrato sulle banche, su relazioni stabili fra banchieri e imprenditori (si pensi al rapporto fra Enrico Cuccia e Giovanni Agnelli), su uno scarso avvicendamento dei manager (Vittorio Valletta guidò la Fiat per un ventennio) e un ampio intervento dello Stato nell’economia.

Ma erano – precisano i due economisti – tempi molto diversi. Italia e Giappone erano agli inizi della loro esperienza industriale. Non era necessario inventare cose nuove, bastava importare tecnologia dagli Stati Uniti e riprodurla, possibilmente facendo meglio di chi l’aveva inventata. Fu così in Italia per l’acciaio: l’impianto siderurgico di Taranto fu copiato dalle acciaierie texane di Houston, ma quando fu terminato suscitò l’ammirazione degli americani. Lo stesso accadde alla Toyota e all’elettronica giapponese…”.

Oggi però crescere per imitazione non è più possibile, l’innovazione non si produce solo attraverso questi modelli di politica industriale. Oggi, nell’epoca della complessità, si cresce innovando, non imitando, e non si cresce solo attraverso le politiche industriali pubbliche. Quando Obama parla di introdurre una rete wi-free che coinvolga tutto il territorio degli Stati Uniti, da costa a costa, formula un piano di innovazione destinato a sconvolgere tutti i piani. L’innovazione riguarda infatti la de-burocratizzazione della società, la semplificazione del rapporto cittadino-amministrazione, la possibilità di una partecipazione decisionale diffusa e condivisa.

Lo sviluppo di qualsiasi sistema sociale, civile, pubblico e politico richiede quindi oggi innovazione autentica e per innovare occorre modellare sui nuovi paradigmi di rete e digitali tutti – ma proprio tutti – i processi pubblici, dalla formazione alla scuola, dalla informazione alla partecipazione. Non può più funzionare il fatto che lo Stato dirigista e centrale governi tutti i processi. L’innovazione è per definizione un fenomeno imprevedibile, che va favorito con una cornice a rete di supporto.

“Vi immaginate – scrivono ancora Alesina e Giavazzi – quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple? O un giovane impiegato dell’Iri che inventa Facebook? Affidereste allo Stato la scelta del tipo di robotica su cui puntare? Quello di cui abbiamo bisogno sono università eccellenti, la capacità di trattenere e attrarre i cervelli migliori, e una dose massiccia di distruzione creativa, cioè un ambiente in cui più facilmente nascono le idee e si creano nuovi prodotti…”.

Anche immateriali, anche percorsi di idee e di creatività. Ripetiamo: non si tratta (solo) di favorire un’industria più innovativa, ma di adeguare tutto il nostro processo pubblico alla metafora, complessa, dell’innovazione.

Twitter @lanna_luciano


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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