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I PD Brothers e la cara vecchia doppiezza togliattiana

– Sabato scorso a Firenze, lo spettacolare happening elettorale tra Bersani e Renzi, ribattezzati immediatamente i “PD Brothers”, non è stato soltanto un normale comizio, ma una vera e propria dimostrazione pratica della morale democratica: se stai con noi sei un protagonista del cambiamento, altrimenti sei un “reazionario” traditore.

Appena ieri, infatti, Monti era una risorsa della Repubblica e Renzi un corpo estraneo alla sinistra, in quanto espressione di un vuoto nuovismo, frutto avvelenato di venti anni di berlusconismo; oggi, invece, i ruoli si sono invertiti.
E’ stato sufficiente che Monti rivendicasse il diritto ad avere un ruolo pubblico autonomo sulla base della verifica elettorale della sua attività di governo, su cui ci siamo già espressi, e che Renzi dismettesse i panni del rottamatore per indossare quelli del bravo soldatino, che dopo la libera uscita delle primarie, si rimette in riga ordinatamente, come se nulla fosse accaduto.

Ciò conferma, se mai ve ne fosse ancora bisogno, che l’eredità dell’esperienza comunista non sia quella ideologica, ma quella comportamentale, che si esprime in una tendenza alla doppiezza togliattiana, per cui è bene tutto e solo ciò che è bene per il Partito. D’altronde, è più che naturale che il tratto comportamentale di un individuo sia condizionato dalle sue particolari esperienze di vita.
Ma non è questo l’elemento di novità dell’evento fiorentino.

Ciò che, invece, merita di essere evidenziato è la trasformazione del personaggio pubblico renziano: da rottamatore a cantore della conservazione!
Ovviamente, non è in discussione lo scontato sostegno elettorale al proprio partito, ma il fatto che le (condivise) modalità scelte per manifestarlo contrastino con tutto ciò che ha voluto rappresentare con notevole successo. Perché il senso della battaglia renziana non era tanto quello del duro confronto sulla linea politica, come accade nella normale dialettica partitica, quanto invece quello della sfida sfrontata e irriverente ad una classe dirigente ritenuta responsabile dei ripetuti insuccessi e fallimenti che hanno contraddistinto la storia del centro sinistra nella c.d. seconda Repubblica.

Oggi invece, sotto il nobile pretesto di essere leale, Renzi finisce per omologarsi alla nomenclatura democratica, come emblematicamente testimonia l’immagine dei due Pd Brothers.
Evidentemente, si è presto “accontentato” (secondo il verbo renziano delle primarie, chi si accontentava doveva votare Bersani) .
È bastato un pranzo – consumato sotto la minaccia della sfiducia, guarda caso, della componente bersaniana sui licenziamenti del maggio fiorentino, che, ovviamente, ora non ci sarà mai più – e la blanda lusinga di essere una risorsa preziosa per il futuro: vale a dire, fai il bravo e buono e potrai entrare nel giro che conta, altrimenti per te qui non c’è posto.

Renzi sembra non capire che il rimettersi in riga, con la benedizione dei maggiorenti del partito, brucia definitivamente la possibilità di giocarsi la partita del rinnovamento. La scelta di tirare la volata a Bersani (e a D’Alema che già ha ipotecato il posto da ministro) lo rende primario attore di questo gruppo dirigente, di cui d’ora in poi condividerà le responsabilità e le sorti, nel bene e, soprattutto, nel male.

Cosi facendo, se e quando toccherà a lui, non sarà più la bandiera del rinnovamento, ma l’ufficiale espressione della nomenclatura di partito, poiché l’eventuale sua successione finisce col perdere il carattere dissacratorio, ma diviene un fisiologico ricambio generazionale nel segno della continuità, garantita, per l’appunto, dalla benedizione ufficiale dei custodi della Verità Democratica.

Non ci scandalizziamo e, forse, per le prospettive di carriera di Renzi può anche darsi che sia la scelta migliore, anche se ne dubitiamo: il grande successo di Renzi era proprio la sua marcata discontinuità con l’establishment. Se si omologa, francamente, diventa uno dei tanti Big del PD, giovane e brillante, ma in fondo uguale agli altri.
In ogni caso, questa non è una storia americana, bensì il solito matrimonio – di (dubbia) convenienza – all’italiana.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

One Response to “I PD Brothers e la cara vecchia doppiezza togliattiana”

  1. massimilla lunardi scrive:

    Ottimo!!! Inviate articolo a Scelta civica e siti montiani

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