Berlusconi, l’Imu e la vendita delle indulgenze

di LUCIO SCUDIERO – Berlusconi, ieri, ha (stra)parlato. Quel che ha promesso, oggi ognun conosce, finanche l’ultimo dei beoni col cervello bruciato dai videopoker nel retrobottega di un bar di provincia. E questo è, in realtà, ciò che conta. Che, in una democrazia a suffragio universale, con oltre 50 milioni di elettori, uno come Berlusconi arriva ovunque e a chiunque. Ha lanciato la rete, e dallo strascico qualcosa (forse) piglierà.

Se poi uno volesse fare la fatica di traslare la discussione dal piano delle tecniche di comunicazione di massa a quello politico, beh, sì,  ne verrebbe fuori una razionalissima confutazione del soggetto.

Ma il Silvio Berlusconi di oggi, dell’anno Diciannovesimo della Rivoluzione Liberale™ tradita, non vale la fatica del debunking. E’ una persona spregiudicata la cui credibilità è irrimediabilmente compromessa da anni di fallimenti politici. La dismisura delle fandonie che racconta per imbonire un elettorato chiamato a dar prova di essere adulto nulla toglie e nulla aggiunge al personaggio.

Come qualcuno acutamente osservava su Facebook, ieri ha promesso l’equivalente delle indulgenze. Avrebbe, per converso, potuto condire la propria proposta elettorale con la più verosimile e fattibile delle misure, come, non so, il conferimento di Palazzo Grazioli e di un per cento del proprio personale patrimonio a una fondazione per l’assistenza ai Rovinati dall’Imu©, oppure come la privatizzazione di un chiodo del portone di Palazzo Chigi, ovvero ancora con l’impegno a far arrivare i treni in orario. Ebbene, neppure in quel caso gli Italiani avrebbero avuto una ragione in più per credergli.

Perché – e sia chiaro –  Silvio Berlusconi è un lucido vecchio disinibito e interessato a proteggere il proprio patrimonio privato e la propria fedina penale facendosi scudo del voto del maggior numero possibile di Italiani. E non fa neppure più ridere.

Chi è oggi già convinto di votare per lui o per un corpuscolo qualsivoglia della sua imperita e imperitura corte agisce come un individuo libero che si consegni in ostaggio a un bandito pronto a usarne il corpo per negoziare il proprio salvacondotto.

Nulla di politico e nulla di vero si può chiedere, o avere, da questo Grande Vecchio della politica italiana. A qualunque altro dei candidati in campo gli elettori farebbero bene a fare pelo e contropelo, valutando la di loro proposta politica criticamente e in modo informato.

Ma Berlusconi non dovrebbe essere neppure un’opzione. Il fatto che lo sia, mi preoccupa, ma non saprei che farci. E’ la famigerata democrazia. Chiunque ci metta una preferenza sopra, se la sarà cercata e la pagherà. E noi con lui.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

5 Responses to “Berlusconi, l’Imu e la vendita delle indulgenze”

  1. PIO scrive:

    IL MONDO HA PAURA CHE GLI ITALIANI POSSANO CREDERE A BERLUSCONI. IL MONDO.
    E COSI’ CHE AUMENTA LO SPREAD

  2. lodovico scrive:

    Non so se in una democrazia si possa vietare ad un personaggio come Berlusconi di essere una opzione. Probabilmente lei ha conoscenze molto più alte delle mie e del personaggio conosce molte più cose per cui dovrebbe esser fuori dall’arco Costituzionale etc. Come liberale ha uno strano concetto della libertà e dei cittadini, che come lei, possono votare le persone che i presentano mano a mano nelle democratiche elezioni. Ma tornando al punto mi chiedo se oltre l’imposta municipale unica sia corretto pagare anche i passi carrai e se anche per questi, ritiene una tassa (meglio imposta) progressiva parametrata al numero di passi carrai che si possiedono. E se ritiene anche per l’imposta di possesso sulle auto importi progressivi parametrati al numero di autoveicoli posseduti.

  3. lodovico scrive:

    Parte prima In fondo a destra c’è Monti
    Conversazione con Antonio Polito sul suo libro dedicato al fallimento della missione berlusconiana, alle cause storiche del bipolarismo imperfetto, alla scommessa delle élite

    La migliore introduzione al nuovo libro di Antonio Polito – “In fondo a destra”, Rizzoli – l’ha idealmente scritta Silvio Berlusconi con la sua promessa elettorale di restituire agli italiani l’Imu del 2012. Nel caso del Cav. si può parlare di un “genere politico-letterario” (l’idiosincrasia verso le tasse) che precipita nel colpo di teatro, come già accaduto con l’Ici nel 2006. Più in profondità, invece, si deve riconoscere, come fa Polito conversando con il Foglio, che “Berlusconi ha nuovamente risvegliato l’Italia maggioritaria dei ceti proprietari di case, ha segnalato che il problema esiste e nessuno prima di lui s’era adeguatamente posto il problema degli effetti sociali dell’Imu. Al punto che sia Pier Luigi Bersani sia Mario Monti hanno dovuto inseguirlo proponendo una rimodulazione dell’imposta”. Nella sua analisi, Polito parte dal presupposto che il Ventennio berlusconiano sia indiscutibilmente chiuso: “In questo ritorno dell’uguale cui stiamo assistendo, in questo ritorno sul luogo del delitto, c’è un che di terminale e non più credibile. Se Berlusconi fosse davvero una Thatcher italiana, avrebbe accompagnato alla restituzione dell’Imu un piano drastico di licenziamenti nel settore pubblico. Oppure avrebbe dovuto corredare la sua promessa con un progetto dirigista di tipo rooseveltiano: ricavare la copertura del taglio dell’Imu con un intervento radicale sui primi cento patrimoni privati italiani”. Diversamente, tutta scena. Ma che scena. “Il pifferaio magico ha risvegliato il fantasma senza rappresentanza, l’ottanta per cento d’italiani proprietari di prima casa, i cinque milioni di partite Iva: elettori delusi dal Pdl ma poco inclini a credere che i loro interessi verranno interpretati dal vecchio connubio Dc-Pci, nella sua versione aggiornata al 2013”. Polito ci sta dicendo che, se pure Berlusconi è destinato a uscire dal palcoscenico politico, le istanze di un immaginario partito liberal-conservatore restano maggioritarie e ardenti: “I bambini risvegliati dal pifferaio sono in marcia e in cerca di un punto di riferimento”. Questo punto di riferimento avrebbe potuto essere Mario Monti, e non è da escludere che riesca in futuro a diventarlo “se si libererà dall’antico schema secondo il quale l’Italia si governa dal centro, o meglio da una posizione ‘terza’ simile a quella dei Lib-Dem britannici o dei liberali tedeschi. I quali però, ecco il punto, una vera destra a fianco ce l’avevano già”.

  4. lodovico scrive:

    parte secondaE’ questo l’esito principale del lungo libro di Polito? Lo è almeno in parte. “In fondo a destra” è anzitutto un ritratto delle condizioni storiche per le quali “Berlusconi ha rappresentato l’unica destra italiana dall’Unità a oggi”. Prima del 1994, una destra concepita come blocco alternativo alla sinistra in un regime di equilibrio bipolare era stata inconcepibile: “La destra era off limits dal 1882, dal momento in cui la Destra storica cadde sul pareggio di bilancio (ed è un altro monito per Monti) e Agostino Depretis diede vita da sinistra alla grande ammucchiata del trasformismo”. Quell’operazione fu il prologo di un’anomalia secolare “puntellata peraltro da illustri intellettuali e politici dell’epoca. Come Benedetto Croce. O come Sidney Sonnino”, di cui Polito riporta una frase illuminante al riguardo: “Il premere dei partiti estremi alimentati dalle tradizioni rivoluzionarie e l’ostilità politica irriducibile del Vaticano […] rendono a parer mio impossibile al grande partito costituzionale e liberale di darsi il lusso di dividersi normalmente in due schiere distinte e distintamente organizzate che si alternino con regolare vicenda al governo della cosa pubblica”. A ingessare tale anomalia, una volta chiusa la stagione del non expedit, avrebbe contribuito anche l’atteggiamento della chiesa oscillante tra due schemi opposti: il Patto Gentiloni – che orientava gli elettori cattolici verso i candidati liberali in cambio di un potere di condizionamento sui valori non negoziabili della chiesa – e il partito dei cattolici, concepito da Sturzo nel 1919 e inveratosi in forma totalizzante con la Dc del Dopoguerra. In questo orizzonte claustrofobico, ci dice Polito, la destra liberale è rimasta in uno stato di latenza appena interrotto dall’ingenua e calamitosa apertura all’Msi da parte del democristiano Fernando Tambroni (1960) e dall’effimera fiammata del Partito liberale nel 1963. Allora, scrive Polito, “l’elettorato moderato contrario al centrosinistra cerca rappresentanza in una destra moderna e liberale. Il Pli ottiene un grande successo raddoppiando i suoi voti […]. Va particolarmente bene nel nord-ovest e sfonda addirittura a Milano, dove diventa il partito della borghesia e degli imprenditori superando il 20 per cento”. Ma “l’exploit liberale si esaurisce nel corso degli anni Sessanta” e “le ragioni sono certamente da cercare nella timidezza del gruppo dirigente, guidato da Giovanni Malagodi, spaventato dal rischio di spostarsi troppo a destra”. Risultato: l’affermazione invalicabile di un centrosinistra pervasivo e implicitamente votato a fare della parola “destra” un tabù inaccostabile alla parola “governo” fino al termine della Prima Repubblica.

    La possente meteora berlusconiana va incastonata in questa cornice, anche per farne rilucere il fallimento. La seconda parte del libro di Polito è dedicata a questa occasione dissipata da una destra che si presenta per la prima volta come espressione di un blocco liberal-imprenditoriale alternativo alla sinistra, ma che tradisce programmaticamente se stessa nel rivelarsi ostaggio di un movimento separatista (la Lega), avulsa alla cultura resistenziale del Dopoguerra (vedi alla voce Alleanza nazionale), ostile nei fatti a principii, contesti e e organismi che per definizione qualificano un blocco nazional-conservatore di tipo europeo: la democrazia rappresentativa, i contrappesi istituzionali (a cominciare dal Quirinale e dal potere giudiziario), il saldo ancoraggio al popolarismo continentale, il rapporto osmotico con le élite dell’economia, della finanza e delle professioni. Berlusconi, dice Polito, entra di prepotenza nell’agone ma si riduce troppo in fretta a un leader “giacobino”, protagonista di un rapporto pre-politico e tutto personale con il “suo” popolo. Le premesse erano altre?

  5. lodovico scrive:

    parte terza (…) COMMENTO ELIMINATO DALLA REDAZIONE e successivi classificati come spam a causa della lunghezza eccessiva. Gli articoli sono una cosa, i commenti un’altra. La netiquette impone di non confonderli.

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