– Alle elezioni del 2008 il PDL ottenne il 37,4% dei voti; quest’anno si avvia ad un risultato che, con tutta probabilità, sarà sensibilmente inferiore.
Secondo i sondaggi il partito di Berlusconi, nella migliore delle ipotesi, potrebbe ottenere un risultato di poco superiore al 20%. Questo vuol dire che tantissimi elettori di centro-destra quest’anno si orienteranno verso una scelta diversa.

Chi si trova in questa situazione, è spesso oggetto di critiche scontate, da parte di quegli antiberlusconiani di lungo corso che sorridendo si vantano di aver visto giusto fin dall’inizio. “Ma lo capisci solo ora di che pasta è fatto Berlusconi?”, “Che Berlusconi era un fanfarone era già evidente 5 (7, 12, 17, 19) anni fa”, “Io l’ho sempre detto che Berlusconi non era un liberale” e così via.
Queste critiche sono in realtà fuori bersaglio, perché il fatto che a posteriori si tragga un bilancio negativo dell’esperienza berlusconiana non vuol dire che non abbia avuto senso per lo meno provarci, cioè dare una chance a chi, rispetto ad altri, poteva provare a rappresentare il nuovo.

Chi scrive ritiene il Cavaliere ragionevolmente invotabile a questo giro, ma allo stesso tempo rivendica il senso e la coerenza di averlo votato in altre occasioni, incluse le elezioni politiche del 2008.

Innanzitutto perché nell’urna non si compiono mai delle scelte assolute, ma solamente delle scelte relative, e quindi il voto a Berlusconi andava di volta in volta ponderato anche sulla base delle alternative che venivano presentate agli elettori.
Nelle precedenti elezioni non esistevano opzioni politiche “migliori” del sostegno a Silvio Berlusconi per chi si riconoscesse in una prospettiva libera, liberista e culturalmente di centro-destra. Tra chi parlava di “meno tasse” e chi sosteneva che “le tasse solo bellissime”, c’era spazio per una scelta diversa rispetto a quella che molti di noi hanno compiuto?

Peraltro, per molti versi, nel 2008 il voto al PDL si configurava non solamente come il “male minore”, ma anche come una prospettiva politica potenzialmente promettente. E’ vero, infatti, che l’involuzione culturale e politica del berlusconismo era già evidente, e lo era ormai da molti anni – con il patto Bossi-Berlusconi del 2000 a rappresentare una sorta di tornante ideologico in senso conservatore.

Tuttavia, nel 2008 erano in atto dinamiche di trasformazioni del sistema politico che potevano sparigliare le carte. Da un lato Veltroni sceglieva di correre da solo (o quasi) con il suo Partito Democratico, dall’altro il centro-destra cominciava un percorso simmetrico con il varo della lista unitaria del Popolo della Libertà.
Superata Forza Italia e con lei anche gli altri partiti più o meno “monarchici” della vecchia Casa delle Libertà, si ponevano le basi di una nuova forza politica a vocazione maggioritaria, di un possibile “partito paese”, in cui potessero avere diritto di cittadinanza storie, idee e sensibilità diverse.

La linea politica berlusconiana era già inadeguata nel 2008, ma se le cose fossero andate come potevano andare, cioè se il PDL si fosse configurato come un partito aperto e contendibile, con meccanismi trasparenti di selezione delle leadership e dei programmi, allora ci sarebbe stato tutto lo spazio per colmare, dal basso, il gap tra l’offerta politica esistente e le effettive esigenze del paese.
Non serviva la Luna, sarebbe bastato fare quello che dall’altra parte ha fatto il PD, una forza politica che, pur con tutti i suoi limiti, ha compreso l’importanza di creare ruoli di dibattito e processi decisionali trasparenti.

Se un certo modello di partito ha permesso di produrre una leadership innovativa come quella di Renzi, persino a partire da un retroterra culturale complessivo tutt’altro che fertile alle posizioni liberali e riformatrici, che cosa avrebbe potuto generare una forza di centro-destra che avesse accettato la sfida dell’apertura e della competizione interna?

Un simile centro-destra avrebbe potuto “gestire” i conflitti personali e politici tra i suoi rappresentanti più storici, attrarre energie nuove e produrre nuove leadership, incanalando – in una cornice di regole certe – la dialettica tra continuità e cambiamento. Insomma, se si fosse dato un seguito positivo a delle premesse che nel 2008 c’erano tutte, oggi la battaglia liberale e liberista avrebbe potuto essere combattuta all’interno del PDL in modo più efficiente che in qualsiasi “terzo partito”.

La colpa di Berlusconi è quella di aver blindato il PDL, riducendolo ad un partito “ad personam”, all’interno del quale il dissenziente diventa dissidente. Così facendo ha distrutto un progetto politico strutturalmente maggioritario e destinato con tutta probabilità ad essere riconfermato al governo, obbligando a fuoriuscire coloro che – anche da posizioni diverse – non si identificano con una linea politica personalistica e, all’atto pratico, sempre meno lucida.

La differenza tra il 2008 ed il 2013 sta tutta qui. Nel venir meno del PDL come possibile strumento per provare a mettere in gioco – in concorrenza con altre – le idee di riforma liberale del paese.