– Le voci sono confermate. Julian Assange, fondatore di WikiLeaks e ricercato dall’Interpol, correrà per il Senato nelle elezioni australiane del prossimo 14 Settembre. Lo farà da Londra affacciandosi dalle finestre dell’ambasciata dell’Ecuador dove si trova dal 19 Giugno 2012. La notizia, come è ovvio, è stata twittata da Wikileaks lo scorso mercoledì, giorno in cui il Primo Ministro australiano Julia Gillard ha chiamato le elezioni e inaugurato un lungo periodo di campagna elettorale.

Se ancora non è chiaro con quale formazione – forse un WikiLeaks Party – concorrerà, un dato è certo: il quarantunenne originario del Queensland ha un capitale di leadership da spendersi che potrebbe far gola a qualunque coalizione. Ha, infatti, una storia da raccontare, in grado di trasformarsi da vicenda personale a narrazione collettiva, ha parole chiave da spendersi – trasparenza, libertà, apertura, ribellione – competenze da vendicare – coraggio, inventiva, capacità di accettare le sfide.

Insomma: il profilo di leadership di Julian Assange corrisponde pienamente al modello di guida contemporaneo, possiede una visione e un vocabolario in grado di aggregare le persone, unite intorno all’evocazione di un mondo futuro più geek, più cool e più free. Votare Julian Assange, in poche parole, fa sentire più fichi, come comprare un paio di RayBan colorati o farsi la foto hipster sul profilo Facebook.

Il candidato, inoltre, ha già provato il proprio discorso di investitura, lo scorso 22 Agosto. Pochi giorni dopo i tafferugli tra la polizia brittanica e i sostenitori pro-hacker fuori dalle porte dell’ambasciata di Qito, in attesa della decisione dell’Ecuador di accogliere o meno la richiesta di asilo politico, Assange ha infatti deciso di “parlare alle folle” – e ai media. Dopo aver iniziato rimarcando una distanza imposta e tutta fisica, ma non di cuore, con chi ascolta – “Sono qui – ha esordito – oggi, perché non posso essere con voi” – e dopo aver evocato il suo popolo – “Verrà il vostro giorno. Ai sostenitori e alle fonti di Wikileaks il cui coraggio, impegno e lealtà non hanno eguali. Per la mia famiglia e i miei bambini ai quali è stato negato un padre. Ci riuniremo al più presto“- ha anche esplicitato una visione di mondo. Ha reso chiara la ragione per cui le persone dovrebbero, con lui e la sua guida, aderire a un’utopia collettiva – perché sempre le utopie e i desideri, più delle paure e delle visioni fredde, muovono i cuori. Ha, infatti, spiegato:

“Come Wikileaks si trova in pericolo lo è la libertà di espressione e la salute della nostra società… Il governo degli Stati Uniti deve riaffermare i valori rivoluzionari su cui poggiava. O barcollerà sull’orlo del precipizio, trascinando tutti noi in un mondo pericoloso e opprimente, in cui i giornalisti tacciono per il timopre di procedimenti giudiziari e i cittadini devono sussurrare nel buio”

Ecco; è un mondo “illuminato”, quello di Assange. È, non se la prenda Bersani, un mondo giusto, nel modo in cui la giustizia si declina nella contemporaneità. Chissà se la campagna dell’hacker più glam del pianeta avrà davvero una grande eco, se saprò porre al centro del dibattito temi e questioni, se potrà provocare dibattito. Una cosa, però, pare certa.

Julian Assange non si candida mica solo per il LOL.