Israele e Siria, la situazione sta precipitando?

di STEFANO MAGNI – C’era da attenderselo. Era nell’aria.

Si sapeva che il regime di Bashar al Assad, messo alle corde dalla lunga guerra civile siriana, avrebbe fatto qualcosa per coinvolgere Israele nel conflitto. Come Saddam Hussein nel 1991, anche il dittatore nazionalista siriano tenta di giocare la carta del “comune nemico sionista” per riconquistare il favore del suo popolo e degli Stati arabi che lo hanno isolato.

E’ questa la situazione che ha preceduto il raid segreto (e tuttora non confermato) dell’aviazione israeliana contro obiettivi siriani. Il regime di Damasco avrebbe, infatti, iniziato a trasferire armi pesanti alle milizie Hezbollah in Libano, subendo la rappresaglia immediata dello Stato ebraico.

Il passaggio di armi siriane a Hezbollah è la linea rossa che il governo di Gerusalemme ha tracciato fra la pace e la guerra.
L’ex premier Ehud Olmert (2006-2009), subito dopo la Seconda Guerra Libanese del 2006 aveva avvertito Damasco: fornire alla milizia islamica sciita armi in grado di ribaltare il rapporto di forze avrebbe fatto scattare un’azione armata israeliana. Olmert includeva, in questa categoria di armamenti, le testate chimiche, missili anti-aerei (in grado di abbattere gli aerei e i droni in ricognizione sul Libano), missili anti-nave e missili terra-terra a lungo raggio, come gli Scud D, che potrebbero colpire tutte le principali città israeliane.

Questa domenica, il vicepremier Silvan Shalom ha ripetuto lo stesso avvertimento: se le armi di distruzione di massa, o comunque armi sofisticate, passano il confine libanese, scatta la rappresaglia armata. Il giorno prima, batterie Iron Dome (missili anti-missile e anti-razzo) venivano schierate a protezione della popolazione di Haifa, nel Nord del Paese. E, in una conferenza stampa, il capo di stato maggiore dell’aviazione Amir Eshel rilasciava dichiarazioni abbastanza esplicite, parlando di una “campagna pre-bellica”: “Questa campagna è già in corso, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per 365 giorni all’anno. Stiamo agendo per ridurre le minacce più imminenti e creare le condizioni migliori per vincere una guerra, nel caso questa dovesse scoppiare“. In Israele, insomma, si sapeva da giorni che in Siria qualcosa bolliva in pentola e che, prima o poi, la “linea rossa” sarebbe stata superata.

Il raid dell’aviazione, stando alle notizie ancora non confermate, sarebbe scattato nella notte tra martedì e mercoledì scorsi. I primi a segnalarlo sono stati i libanesi, che, mercoledì stesso, hanno riportato l’invasione del loro spazio aereo da parte di tre ondate di cacciabombardieri israeliani. La prima notizia ufficiale è arrivata dal regime di Damasco, ore dopo che le prime indiscrezioni si erano già diffuse. Secondo la versione siriana, l’obiettivo del raid era un sito di ricerca scientifica di Jamraya, a Ovest della capitale e non lontano dal confine siro-libanese. Vi sarebbero morti, secondo fonti siriane, 2 uomini, mentre altri 3 sono rimasti feriti.

Il generale israeliano Nitzan Nuriel (antiterrorismo), nel 2010, aveva avvertito che, in caso di trasferimento di armi chimiche dalla Siria al Libano, “la comunità internazionale” avrebbe dovuto distruggere il Centro di Studi e Ricerca Scientifica Siriano, responsabile del programma di armi di distruzione di massa. Si può ricollegare la notizia della distruzione di “un centro di ricerca” a Jamraya con quello specifico avvertimento militare israeliano.

Non è detto, però, che sia stato proprio il sito scientifico ad essere stato colpito. Anzi. La tesi più diffusa è un’altra: è un convoglio di camion, diretto in Libano, il bersaglio distrutto dai cacciabombardieri con la stella di David. Il convoglio è stato citato (in dichiarazioni al New York Times) da ufficiali statunitensi che avrebbero ricevuto il preavviso dell’attacco dalle autorità militari israeliane. Anche fonti della resistenza siriana affermano la stessa cosa: un convoglio di camion, carichi di armi, si è mosso su una stradina di montagna, parallela all’autostrada Damasco-Beirut e nei pressi del confine siro-libanese è stato bombardato dagli aerei con la stella di David.

Non è dato sapere cosa vi fosse a bordo. La versione più diffusa parla di missili terra-aria Sa-17, di fabbricazione russa. Un tipo di arma che avrebbe potuto interdire i cieli libanesi alle ricognizioni israeliane. Altre versioni minoritarie ipotizzano il trasferimento a Hezbollah di missili Scud D o di armi anti-nave. In ogni caso, rientrano tutte nelle tipologie di armamenti che il governo di Gerusalemme ha incluso nella propria lista nera.

La Siria non è in grado di ingaggiare un conflitto con Israele. Non lo fa dal 1973. E quando ci ha provato, ha sempre perso. Dal 1974, benché tecnicamente ancora in guerra con lo Stato ebraico, ha sempre combattuto conflitti non convenzionali, per procura, armando e sostenendo la guerriglia libanese e, in parte, anche quella palestinese. L’episodio più simile a una guerra israelo-siriano fu l’Operazione Pace in Galilea, la conquista del Libano meridionale da parte di Israele, nell’estate del 1982. In quell’occasione vi furono duelli aerei e bombardamenti limitati al Libano.

Mai uno scontro su larga scala fra i due eserciti. Da quasi tre anni la Siria è indebolita e lacerata al suo interno dalla sua lunga guerra civile. Sarebbe ancor meno in grado di condurre un conflitto contro il potente vicino occidentale. Per questo Hezbollah, in Libano, è il suo unico braccio operativo concretamente utilizzabile. Ma le carte in tavola sono molto cambiate: il regime di Damasco può ritenere di non aver più nulla da perdere e tutto da guadagnare lanciando un ultimo disperato attacco contro il nemico giurato del regime.

Intanto, la sola notizia non confermata del raid israeliano ha consolidato le alleanze del regime siriano. La Russia ha aperto le danze diplomatiche, condannando la “violazione di sovranità” israeliana. L’Iran ha ribadito il principio che un attacco alla Siria è da intendersi come un’aggressione al suo stesso territorio. E ha aumentato gli aiuti militari destinati al suo alleato mediorientale. La Lega Araba, che finora è stata fermamente anti-Assad, torna a condannare Israele, il nemico tradizionale. Alla risposta diplomatica può seguire quella terroristica. Hezbollah non scherza, come dimostrano, nel solo 2012, i numerosi tentativi di omicidi di diplomatici israeliani in tutta l’Asia o l’attentato a un bus di turisti ebrei in Bulgaria. Il governo di Gerusalemme teme rappresaglie contro le sue rappresentanze diplomatiche in tutto il mondo e ieri ha innalzato il livello di allerta.

Israele poteva agire diversamente? Di sicuro, la sola notizia di un raid aereo ha procurato notevoli difficoltà al governo di Gerusalemme. Difficoltà che riguardano anche i suoi rapporti con gli alleati occidentali: finora le democrazie del Consiglio di Sicurezza avevano cercato di isolare Assad all’interno del mondo arabo e di dar credibilità ad una resistenza sunnita contro il suo regime.

Era nell’interesse occidentale che Israele non reagisse ad alcuna provocazione siriana, per quanto grave fosse. Si sperava che Netanyahu si potesse comportare come Shamir nel 1991, quando l’allora premier non aveva reagito al bombardamento di Scud di Saddam Hussein, per non compromettere la coalizione araba contro il dittatore dell’Iraq. Ora, l’irruzione dello Stato ebraico sulla scena siriana rischia di compromettere il complicato e delicato disegno diplomatico occidentale contro il dittatore della Siria.

Ma Israele può permettersi di subire una minaccia mortale? Un’escalation della potenza militare degli Hezbollah, a ridosso di Haifa e capaci di colpire sino a Tel Aviv? Può permettersi di veder trasferire armi sofisticate al suo nemico libanese? Nel 1991, Shamir subì un bombardamento prolungato sulle città israeliane, con migliaia di feriti e senzatetto. Milioni di israeliani vissero per un mese nell’incubo (che fortunatamente non si avverò) dei gas tossici, chiusi in stanze sigillate, con la maschera indosso e il siero pronto per far fronte ad eventuali avvelenamenti chimici. Dal 1991 gli israeliani non si sono mai dati pace per non aver reagito a quella minaccia mortale e per aver affidato la propria difesa a potenze straniere. Difficilmente accetterebbero di ripetere quella tragica esperienza.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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