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Le parole della politica. 5/Solidarietà

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politicoe la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

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– Quanta confusione aleggia sulla parola solidarietà. Per troppo tempo infatti, e sino ai dibattiti politici contemporanei, il confronto è stato impostato come se sui temi sociali la partita politica fosse tra tra uno statalismo per sua natura solidale e una posizione anti-statalista di per sé lontana da qualunque vocazione solidaristica. Ma non è così e non è stato sempre così.

L’economista Geminello Alvi, ad esempio, ha voluto riallacciarsi a una tradizione liberista e “privatistica” che definisce del “pensiero libertario e solidale”. Una tradizione che muovendo da Proudhon arriva sino a
Friedrich von Hayek e Rudolf  Steiner
e che  “non implica affatto il diritto del più ricco a prevaricare, ma anzi, a rigore, richiede la costruzione di solidarietà coscienti e volute, come le reclamavano l’anarchico Errico Malatesta e Adriano Olivetti”. Una prospettiva che sostanzialmente, accantonando gli spettri dello statalismo e dell’assistenzialismo, spiazza la presunta vocazione sociale di una certa sinistra: Mutualismo solidarietà, sussidiarietà, comunità: e queste scelte – aggiunge ancora Alvi – sono la sola protezione dalla standardizzazione di tutto, ipotesi che una certa sinistra anticapitalista invece cavalca…”. 

È l’ipotesi che l’imprenditore illuminato (e liberale) Adriano Olivetti riassumeva in un suo fortunato slogan: “Socializzare senza statizzare”, ovvero assicurare la solidarietà ai più deboli senza pagare il dazio di un appesantimento burocratico dello stato. E questo attraverso una serie di forze dirette, non centralizzate e alleggerite di solidarietà e di welfare. Si tratta in sostanza di slegare non solo l’economia, ma anche gli stessi ideali di giustizia dall’apparato statale, usando le energie libere, spontanee e consapevoli ed evitando quel collasso, che è insieme fiscale e morale, a cui siamo invece andati incontro nell’ultimo cinquantennio. L’idea che sia lo Stato, ed esso solo, a dovere (e a potere) promuovere gli interessi di chi sta peggio ha conquistato tutte le forze politiche, in particolare europee. Si è così affermata la convinzione che la “qualità sociale” delle politiche pubbliche dipenda da un grado crescente di centralizzazione burocratica.

Il filosofo Mario Perniola ne ha recentemente parlato – nel suo nuovo pamphlet Da Berlusconi a Monti (Mimesis edizioni) – come della mentalità del Glorioso Trentennio (1945-1975), poi perpetuata in malafede anche dalla presunta ideologia neo-liberale del trentennio successivo. Visione sbagliata, in realtà, secondo cui – annota Perniola – “le società euro-americane avrebbero portato ad una progressiva scomparsa delle classi sociali, a favore della formazione di una classe media generalizzata, caratterizzata dalla acquisizione della proprietà della casa, dall’accesso al consumo di massa, dalla generalizzazione di una cultura media diffusa, dalla mobilità sociale verticale attraverso l’università di massa, dall’aumento dei salari attraverso la scala mobile, dal miglioramento automatico del servizio sociale nazionale…”.

È ovvio che l’inevitabile tracollo di questo mito debba portarci a riconsiderare certi assunti, a cominciare da quello di un welfare centralizzato e uguale per tutti. Se non si inverte la tendenza e non si ricomincia a pensare a nuove forme di solidarietà, dirette e non burocratizzate (e quindi appesantite dalla tassazione), non se ne uscirà mai. “Solidale è bello”, dovremmo dire, ma questo non coincide proprio – per concludere con Olivetti – con statale (o assistenziale).

Twitter @lanna_luciano


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

4 Responses to “Le parole della politica. 5/Solidarietà”

  1. In cerca di un'alternativa scrive:

    Bell’articolo, questo tema andrebbe affrontato molto più seriamente anche secondo me.

    Mi piacerebbe approfondire l’argomento, ma ammetto di essere piuttosto ignorante sulla letteratura esistente in merito: saprebbe consigliarmi qualche lettura da “profano”?

    Mi piacerebbe in particolare capire meglio quali siano le cause storiche all’origine di questa “confusione”, con particolare riferimento al contesto italiano.

    Grazie

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