Falcone e Borsellino, icone pop (loro malgrado) di una brutta campagna elettorale

di DANIELE VENANZI – Il tempo stringe. La campagna elettorale più breve e intensa della storia recente è ormai entrata nel vivo.

Ognuno, si sa, gioca le migliori carte a propria disposizione: Bersani fa appello al voto utile contro il Caimano, Berlusconi riporta a casa Mario; quello gagliardo, mica quello dell’Imu. Ingroia, nel frattempo, si intrattiene in polemiche dai toni tutt’altro che galanti con Ilda Boccassini, Pietro Grasso, la famiglia Falcone e – per chiudere il cerchio – con l’Associazione Nazionale Magistrati, che nello spiacevole siparietto ha tentato invano di fare da paciere.

Frecciatine di gusto opinabile, richiami più o meno espliciti, inopportuni bracci di ferro per rivendicare la corretta esegesi del pensiero di uomini a cui una morte violenta, sopraggiunta più di vent’anni fa, impedisce di ribattere. Falcone e Borsellino, Borsellino e Falcone. C’è chi sarebbe pronto a farne un brand d’abbigliamento, a ridurli a loghi stilizzati da t-shirt, a declassarli a icone pop vuote e strumentalizzabili, come la Marilyn di Andy Warhol. Invocarli, chiamarli in causa sempre e comunque perché “ci sta bene”, come il formaggio sull’amatriciana.

E’ il circo mediatico-giudiziario, avremmo detto un tempo. Forse è semplicemente politica, nel senso più tristemente concreto e totalizzante del termine. Forse siamo semplicemente andati oltre, giunti ad un punto in cui quello della candidatura non è più il criterio migliore per determinare il grado di politicizzazione di un magistrato. Dopo tutto, la discesa in campo di Antonio Ingroia era preventivabile ormai da più di un anno, e le posizioni espresse prima della formale candidatura non hanno, per questa ragione, minore valenza politica.

Allo stesso modo le parole di Ilda Boccassini – che rimane formalmente fuori dall’agone elettorale – hanno un’insospettabile ma autentica carica politica, che contribuisce ad acuire lo scontro interno alla magistratura e a dare un’immagine sempre più partitizzata e poco terza degli organi di giustizia rispetto al dibattito politico. Il grado di politicizzazione del ruolo di Pietro Grasso, sotto quest’ottica, è per alcuni versi ancor più rilevante. La profonda serietà con cui l’ex procuratore nazionale antimafia ha scelto di spogliarsi definitivamente della toga prima di candidarsi con il PD non è sufficiente a conferirgli un ruolo politico diverso da quello dell’anti-Ingroia designato dal centrosinistra in chiave meramente elettorale.

Al leader di Rivoluzione Civile, infine, va spiegato che la sua nuova (nuova?) operazione politica ha incontrato una ferma opposizione anche da parte di tanti colleghi perché si sta diffondendo una maggiore consapevolezza della nocività per la percezione pubblica della magistratura di essere rappresentata da individui che escogitano scalate a Montecitorio con la toga in spalla – oltretutto, in un momento in cui la politica gode di un consenso ai minimi storici. Lo ha capito – seppur in chiave elettorale – anche la sinistra in tal senso più illuminata, che sembra aver compreso come certe mosse facciano la fortuna del Cav. molto più di qualsiasi promessa di abolizione dell’Imu o dell’acquisto di un centravanti fuoriclasse.

Ora potremmo anche noi lasciarci andare al “se Falcone e Borsellino fossero vivi”, ma purtroppo per la giustizia italiana vivi non sono, e quel “se fossero vivi” risulterebbe in un tentativo indebito di appropriarci di personaggi che andrebbero lasciati agli onori della storia. Una sola cosa possiamo affermare con certezza: a Falcone e Borsellino, per fare una rivoluzione civile, non è servita alcuna richiesta di aspettativa elettorale al CSM.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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