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Timbuctu, la cultura, l’Islam, la guerriglia

– Timbuctu è stata liberata. Per ora.

Le truppe francesi e quelle maliane sono entrate tra la notte di domenica e la mattina di lunedì nella città, dopo che già avevano preso possesso dell’aeroporto. Durante la riconquista della città i due eserciti non hanno trovato alcuna resistenza. Quest’ultimo fatto è emblematico di quanto sarà complicato risolvere la questione maliana nel medio-lungo periodo.

Come è accaduto altrove (per esempio, in Somalia), il modo di sostenere il conflitto da parte delle milizie non è da paragonare a quello delle guerre convenzionali. Infatti, al non porre resistenza durante la controffensiva è spesso seguito il “mescolarsi tra la folla”, cioè un disarmo temporaneo – mentre il grosso degli uomini arretrano – che lascia la porta aperta a una mobilitazione immediata ogni qual volta la situazione si rendesse nuovamente propizia a un attacco, anche di stampo terroristico.

Ad ogni modo, prima di lasciar entrare le truppe francesi e maliane, alcuni uomini hanno dato alle fiamme la nuova biblioteca dell’Ahmed Baba Institute of Higher Learning and Islamic Research, una delle più importanti biblioteche del mondo islamico sufita. Il nuovo edificio che ospitava l’istituto venne completato nel 2009 e fu un dono del governo del Sudafrica, nell’ambito di un accordo bilaterale con il governo maliano risalente al 2001.

Al suo interno erano custoditi circa 30 mila manoscritti provenienti da diverse collezioni private e ancora non completamente catalogati. In generale, l’obiettivo dell’Ahmed Baba è sempre stato il recupero e la condivisione della cultura arabo-islamica che ha avuto in Timbuctu il centro principale tra il 1300 e il 1600, in particolare durante il regno di Askia Mohammad I. Infatti, durante il suo dominio, Timbuctu venne annessa all’Impero Songhai e, grazie alla sua opera di riforma burocratica e fiscale che rivitalizzò l’economia e l’istituzione dell’Islam come religione dell’impero, la città divenne l’epicentro culturale dell’Africa Settentrionale assieme a Gao e Fez.

Oggi la città è economicamente poverissima, ma d’altronde non ha mai avuto risorse naturali, tant’è che si diceva in antichità “Il sale dal Nord, l’oro dal Sud, l’argento dal paese dei bianchi ma le parole di Dio e i magnifici racconti si trovano solo a Timbuctu”. Il suo patrimonio culturale, figlio di una tradizione islamica piuttosto sincretica che accoglie anche il culto di personalità religiose (è definita, infatti, la “cité des 333 saints“), è evidentemente considerato blasfemo per il fanatismo integralista di stampo salafita sia delle milizie di Ansar Dine che del Movimento per l’Unità e per la Jihad nell’Africa Occidentale.

È chiaro anche come a Timbuctu fosse già noto quale potesse essere l’approccio dei salafiti che hanno tenuto la città sotto occupazione per 10 mesi. Buona parte dei manoscritti, infatti, con le milizie alle porte della città, era già stata nascosta nei sotterranei della grande biblioteca dal personale che vi lavora. Ciò ha consentito, nonostante la perdita comunque inestimabile, di salvaguardare la stragrande maggioranza di questo patrimonio la cui distruzione sarebbe da considerarsi un delitto contro l’umanità.

Se, comunque, è vero che il 95% circa dei manoscritti sono stati salvati, è vero altresì che la biblioteca è andata distrutta, e che distrutti sono stati anche sette dei sedici mausolei della città nonché la porta della Moschea di Sidi Yahya, un simbolo mistico, una porta che la tradizione vuole che non sia mai stata aperta.

È quindi evidente che, a prescindere dalla soluzione o meno della crisi maliana, anche qui, nonostante le cause dello scontro siano completamente diverse da quelle delle guerre civili degli ultimi due anni in Nordafrica, sia presente un conflitto interno allo stesso Islam. Questa guerra di religione rischia di scuotere l’intero mondo musulmano e portare altri disastri irreparabili.

E, se ci si ritroverà davanti a uno scenario paragonabile a quello somalo in cui i jihadisti arretrano per poi riattaccare al momento opportuno, fiaccando la resistenza maliana e costringendo la Francia ad un intervento molto più duraturo del previsto, forse la città dei 333 santi potrà ancora pagarne le conseguenze.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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