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Beni culturali, arrivano gli sponsor. Ma molto resta ancora da fare

– “Ricordati di salvare l’Italia” diceva Pierfrancesco Favino mentre annodava un fazzoletto del Fai e recitava versi di Dante e Leopardi in due spot pubblicitari andati in onda su tutte le reti Rai, Mediaset, e su La7 nello scorso ottobre.

Lo faceva perché era lui il testimonial della nuova campagna del Fondo Ambiente Italiano per raccogliere i fondi con i quali ogni anno la Fondazione si prende cura di beni culturali e ambientali che hanno bisogno di restauro e li rende fruibili alle Persone. Inviando un sms da cellulare si donavano due euro. Chiamando da rete fissa, 5 o 10 euro.

I nostri beni culturali non godono di buona salute: così, per supportare la macchina statale, da tempo, si prodigano organismi come il Fai e si sono escogitate varie forme di partecipazione. Come quella assicurata dalla legge n. 662 del 1996 con la quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze trasferisce una parte dei proventi del Gioco del Lotto al Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Così dal 1997, ogni tre anni, circa 500milioni di euro vengono destinati a progetti di restauro e recupero del patrimonio artistico e culturale. Moltissimi i restauri realizzati. In ogni regione. Dal Palazzo Reale di Torino al Castello Normanno-Svevo di Bari, al Palazzo Corsini a Roma e il Giardino di Boboli a Firenze.

Ma le cronache di crolli e abbandoni, di situazioni estreme, dimostrano che le forze in campo non riescono a rispondere in maniera efficace. Se non in poche, fortunate, circostanze. Proprio per questo l’intervento “esterno”, a lungo osteggiato dagli integralisti difensori del ruolo dello Stato, comincia ad essere metabolizzato. Le prime esperienze nel settore, apripista anche per quanto riguarda le modalità d’intervento, un paradigma soprattutto ideologico.

Certamente è una chance offerta al Patrimonio di Memoria passata del Paese di non essere cancellato. La consapevolezza di quanto importante, vitale, fosse l’introduzione di strumenti alternativi a quelli canonici per la conservazione (e la valorizzazione) dei nostri Monumenti, esplicitata dalla recente legislazione in materia. Prima con il decreto semplifica-Italia (Dl 5/2012). Poi con le indicazioni che armonizzassero la nuova normativa con il codice dei Beni Culturali. Spiegando ai Soprintendenti come applicarla.

Attese dalla scorsa primavera e date per fatte in diverse occasioni, ora finalmente ci sono. Le regole per sponsorizzare gli interventi sul patrimonio storico-artistico sono state firmate dal Ministro dei Beni Culturali, Ornaghi, lo scorso 19 dicembre. Un documento di una cinquantina di pagine che arriverà sui tavoli dei Soprintendenti. Una serie di criteri da seguire ogni volta che si vorrà cercare un mecenate che vorrà contribuire a salvare un monumento.

I sei capitoli nei quali si articola il documento si rivolgono a tutte le amministrazioni pubbliche, statali e non, che hanno in consegna beni culturali. Ma anche ai privati. Il provvedimento infatti riguarda le sponsorizzazioni, ovvero l’erogazione di un contributo, anche in beni e servizi, per la progettazione o l’attuazione di iniziative finalizzate a tutelare o valorizzare i beni culturali. Contributo che garantirà allo sponsor la promozione del proprio nome, marchio, attività o prodotto dell’attività. Secondo modalità differenti. Che vanno dalla possibilità di stampare il logo del monumento sui propri biglietti da visita, all’organizzazione di visite guidate al cantiere.

Caposaldo della nuova regolamentazione è la sottolineatura della differenza tra sponsorizzazione ed erogazione liberale. Insomma in quest’ultimo caso non c’è bisogno di alcuna gara e non si devono seguire le linee guida. Le quali chiariscono che la sponsorizzazione può essere di tre tipi. Quella “pura”, cioè solo finanziaria. Oppure, “tecnica”, cioè riguardante sia la progettazione che i lavori. Altrimenti, “mista”, cioè un mix tra le prime due. Le procedure pubbliche dovranno essere attivate soltanto nel caso di lavori che superino i 40mila euro. Da praticarsi anche quando il contributo del privato prevede forniture e servizi, strumentali ai lavori.

Fin qui un documento di riconosciuta importanza. Un imprescindibile ausilio per le soprintendenze nel reclutamento degli sponsor attraverso procedure trasparenti e pubbliche. Ma l’elemento più significativo riguarda proprio le soprintendenze. La possibilità che esse avranno di affidare la ricerca dello sponsor anche a società esterne, da scegliersi attraverso una pubblica selezione, costituisce forse il punto più significativo dell’intera riforma. Perché richiedono un cambio di prospettiva. Un sostanziale ripensamento dei propri compiti.

Non più un atteggiamento sostanzialmente passivo, nell’attesa che il privato di turno si proponesse per sponsorizzare il restauro di un palazzo storico piuttosto che non quello di un sito archeologico. Le nuove linee guida “costringono” le soprintendenze a farsi propositive. Attraverso la predisposizione di un piano triennale, da aggiornare ogni anno, in cui indicare gli interventi che necessitano del contributo dei privati. Soprattutto, attivandosi concretamente nella ricerca degli sponsor.

Nel deserto lasciato da Ornaghi, fa bella mostra di sé questo provvedimento. Oltre che per i risultati, auspicati, che porterà, per il tentativo di ripensare un sistema al collasso. Quello delle soprintendenze. Non sarà però agevole per i funzionari in organico, in numero inferiore alle necessità e con mezzi assai scarsi, assolvere a questa nuova richiesta. Che per essere svolta al meglio richiede tempo e una nuova rete di contatti.

La luce è ancora solo un puntino, lontanissimo, nel tunnel nel quale camminiamo a fatica da decenni. Di strada bisognerà farne ancora tanta.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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