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Tutti i numeri del caso Montepaschi

– La settimana scorsa in questo articolo ci siamo occupati della ricostruzione, anche cronologica, degli eventi che hanno portato il Monte dei Paschi di Siena ad una crisi finanziaria e di management senza precedenti nella storia italiana.
In questa seconda parte ci proponiamo di far chiarezza sugli strumenti finanziari che sono stati utilizzati da Mussari e dagli alti dirigenti per fare quell’operazione di “cosmesi del bilancio” oggi al vaglio di magistratura e organismi di vigilanza.

La doverosa premessa è che nell’ordinamento civilistico italiano alleggerire il conto economico è possibile nel rispetto della legge. Quello che non è possibile è nascondere alle autorità di vigilanza, Banca d’Italia e Dipartimento del Tesoro (per quanto riguarda la Fondazione), le operazioni contabili fatte con strumenti finanziari.

Poiché l’inizio della fine di MPS viene ricondotto all’acquisto, onerosissimo, di Antonveneta, partiremo da lì.
Nel 2005 Antonveneta passò sotto il controllo degli olandesi di ABN AMRO per 8,2 miliardi. Il prezzo medio per azione fu 26,5.
Nel 2007 il consorzio Royal Bank of Scotland-Fortis-Santander acquisì la banca olandese con l’intento di scorporare le attività. Il comparto Antonveneta, destinato agli spagnoli, fu valutato 6,6 miliardi. In entrambe le operazioni era incorporata Interbanca.
L’8 novembre 2007 il Monte dei Paschi annunciò di aver raggiunto un accordo per il passaggio sotto il suo controllo di Antonveneta per un controvalore di 9 miliardi più oneri finanziari per 1,3 miliardi, esclusa Interbanca rimasta in mano spagnola.

Contrariamente a quanto avviene di solito in caso di acquisizioni di questa portata, il pagamento avvenne non carta contro carta, ovvero con scambio azionario, ma attraverso puro trasferimento di denaro. In un merger con scambio azionario gli azionisti della società target entrano nella compagine societaria dell’acquirente e di solito viene loro concessa un’opzione put per uscirne.

Che il prezzo fosse esorbitante se ne accorsero subito i mercati che punirono senza remore l’operazione. Basti pensare che a fine gennaio 2008 MPS, periodo nel quale ci fu l’aumento di capitale, quotava 2,2 euro per azione, mentre oggi, nonostante gli acquisti speculativi, si muove intorno a 0,26, un dodicesimo di quel valore.

Quell’aumento di capitale, ottenuto attraverso un contratto complesso denominato Fresh, un’obbligazione subordinata con contratto di usufrutto e swap, riservava a Jp Morgan la parte di socio formale dell’affare, ma non lo esponeva al rischio in conto capitale. In sostanza, le eventuali perdite sarebbero restate a totale carico della banca senese.
Jp Morgan era ed è azionista di Mps attraverso la divisione Chase con una quota del 2,52%

In poco meno di un anno furono effettuati bonifici per 17 miliardi, contro i 9,3 pattuiti, parte dei quali a copertura delle perdite Antonveneta.

Al netto delle valutazioni che saranno fatte da magistratura e nucleo di polizia valutaria, resta l’azzardo di un’operazione che prosciugò le casse della banca. I processi di aggregazione avviati in quegli anni e il bisogno di consolidare la posizione di terza banca nazionale valevano una spesa e un conseguente rischio prossimo all’intero ammontare del patrimonio netto? Fu solo un mix di cattiva gestione o quell’enorme movimento di danaro nasconde altre attività non confessabili?

Perché una parte del denaro bonificato alla Abbey National Treasury Service, il cui ruolo nell’operazione è ancora da capire, 2,6 miliardi, è poi rientrato in Italia grazie allo scudo Tremonti? Su questo apriamo una parentesi. Lo scudo voluto dall’allora ministro dell’economia garantiva l’anonimato ai titolari dei capitali scudati in cambio di una tassazione/commissione pari al 5% delle somme che rientravano in Italia per mezzo di un intermediario autorizzato.

Falcidiati così i bilanci, la banca e la fondazione che la controllava furono costrette ad aumento di capitale e ad artifici contabili per ripristinare l’equilibrio voluto – ratios patrimoniali – dalla normativa bancaria europea. L’obiettivo, abbastanza chiaro, era quello di spalmare le perdite attese nell’arco temporale di un trentennio.

Si configura in questo contesto il contratto Alexandria con Banca Nomura.
Una analoga operazione fatta nel 2002 aveva generato perdite per 367 milioni. Il contratto Nomura serviva a ridurre lo squilibrio contabile nel bilancio 2009 e aveva per sottostante i btp trentennali. Con questo contratto di ristrutturazione del debito le perdite passavano a bilancio di Nomura per poi essere “riacquistate” da Mps a termine. Sembra che questa operazione sia stata tenuta nascosta tanto agli ispettori della Banca d’Italia quanto a consiglio di amministrazione e sistemi di auditing interno.

Accanto all’attività finanziaria Mps ha anche un’attività industriale dalla quale sarebbero potuti arrivare quei risultati altrimenti disastrosi.
Nella relazione di bilancio 2011, l’ultima firmata da Mussari, si può leggere che:
Il patrimonio netto era a 10.8 miliardi;
Il clienti 6.2 milioni, il 75% dei quali retail, con una quota, sul totale delle attività dell’81% in commercial banking;
I ricavi 5.5 miliardi;
Le perdite 4,6 miliardi;
I dipendenti 31.200.

Gli impieghi in sofferenza, con scarsa possibilità di recupero, ammontano a 17 miliardi; più di 1 volta e mezza il patrimonio netto e più di 5 volte la capitalizzazione di mercato.
Fra gli obiettivi del piano industriale 2011-2015 veniva posta maggiore trasparenza e correttezza sui mercati.
Nel 2011 la Banca ha ricevuto dalla Federazione Relazioni Pubbliche Italiana l’Oscar 2011 per il migliore Bilancio nella categoria Maggiori e Grandi Imprese Bancarie e Finanziarie.

Dopo la proficua esperienza alla guida di MPS, Mussari è stato messo a capo dell’Associazione delle Banche Italiane, l’ABI.
Commenti? Meglio di no.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

3 Responses to “Tutti i numeri del caso Montepaschi”

  1. stefano angeli scrive:

    Nell’affare MPS ci sono dentro tutti, non a caso tra gli indagati c’è il presidente di Consob, l’organismo che avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto, è un ex viceministro del governo Berlusconi, nominato in quel posto da Tremonti…

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