– Sanno di cerchio che si chiude, almeno per ora, su una parabola umana tragica perché autodistruttiva, le porte del carcere di Busto Arsizio che preservano la comunità e i suoi cattivi pensieri da Fabrizio Corona e lo rendono, di qui al 2020, l’esemplificazione del peggio italiano.

Un peggio in cui la sua dubbia moralità, i suoi comportamenti al di sopra e al di fuori della legge, la sua indole spocchiosa e insofferente delle regole, il suo machismo tanto insistito quanto caricaturale, la sua assenza di valori che si fa valore si fondono in una melma limacciosa in cui ormai Corona affonda come reietto, unico responsabile, per alcuni, del degrado e del declino italiano, quasi che il sistema nel quale tanto bene ha sguazzato e in cui tanto si è arricchito fosse stato da lui creato, oltre che alimentato.

Corona in galera: condannarne uno per anestetizzarne cento, a futura memoria, non prima di un’ultima, rabbiosa dichiarazione alla stampa, sempre a favore di telecamera e con gli occhiali fumé: gli altri fuori, chi ad additare il criminale chi a santificarlo come un nuovo eroe, nella mancanza totale di misura e autocritica a cui la nostra società ci ha purtroppo abituato da tempo.

Intendiamoci: non siamo usi a discutere le sentenze, anche perché spesso non le capiamo, e l’unica verità sulla quale ci si può basare è solo e unicamente quella processuale, parziale quanto si vuole, ma da rispettare. Tanto più al terzo grado di giudizio. Se poi ci saranno gli elementi per chiedere una revisione del processo lo faranno, legittimamente, i difensori di Corona: ma fin quando non ci sarà una decisione di un’altra corte in quel senso Corona deve scontare la pena che gli è stata inflitta, anche se la ritiene ingiusta o vessatoria. Così come infatti sta capitando.

Quello che però vogliamo sottolineare è che il caso Corona supera e trascende la semplice cronaca giudiziaria, e ci racconta di come sia l’Italia di oggi e di cosa, sempre nell’Italia di oggi, oltre e al di là ai reati, non sia perdonato. Il “fotografo dei vip” (definito così nonostante non abbia mai scattato di persona una foto in vita sua, a riprova della sciatteria di gran parte dei nostri media) è, innanzitutto, una vittima di se stesso e di una furia narcisistica e iconoclasta che in questi anni lo ha scientemente portato a larghi passi e senza ripensamenti verso il baratro esistenziale. Non si spiegherebbe altrimenti una persona che, nonostante sia indagata e imputata in più procedimenti, paghi con banconote false, non rispetti gli orari di rientro che gli vengono imposti, rilasci dichiarazioni sempre più provocatorie e sempre meno misurate, non cerchi la penombra dell’oblio pubblico e si metta, invece, continuamente alla ricerca dei riflettori.

In Corona c’è stato, e c’è ancora, qualcosa di tragico, di titanico nel senso classico del termine: la furia dell’ “eroe” che va a testa bassa contro tutto e tutti, senza valutare le conseguenze estreme dei suoi gesti o, anzi, ricercandole apposta; una vocazione al martirio che affonda le sue radici più nella psicologia che nella criminologia.

E c’è stato, e c’è ancora, un Corona che senz’altro ha usato e usa i media a suo piacimento, per i suoi interessi e per incrementare il fatturato delle sue imprese: ma questi media – anche quelli più seri, o seriosi – hanno usato e continuano a usare Corona (e non solo lui, vedi alla voce “Minetti”, a cui si dedicano editoriali indignati e gallerie fotografiche che poco lasciano all’immaginazione, spesso nella stessa pagina) per blandire una larga fetta di lettori che a parole disprezzano, ma che vengono spremuti, ed “educati” anche dalla “striscia destra” o dalla parte bassa delle loro versioni online.

Esemplificativa di quest’atteggiamento è stata Repubblica.it, che dopo avere per anni dato amplissimo spazio alle gesta del “paparazzo”, ha ospitato uno scritto in cui Piergiorgio Odifreddi (quello che fa l’antiberlusconiano militante e indignato in servizio permanente effettivo, ma che poi pubblica per Mondadori), con una spocchia e una pretesa superiorità morale piuttosto disgustosa dice di non provare nessuna pietà per le sventure di Corona e di essere, anzi, contento – beato lui che vede gli ingressi in prigione come una partita di calcio – che questo sia stato chiuso in galera.

E per fortuna lo stesso giornale ha dato spazio anche all’intervento dolente di Francesco Merlo, il quale, sebbene tutt’altro che innocentista nei confronti di Corona, ha visto nella sua storia, più che un simbolo da abbattere, un’esistenza perduta da compatire.

Ecco: più che additare Corona come un criminale, noi che pure consideriamo molti dei suoi valori autentici disvalori, siamo interessati al suo percorso umano, a come un uomo che aveva tutto – l’educazione in una famiglia ricca e borghese, la frequentazione fin dall’infanzia di un ambiente culturalmente stimolante, una moglie che nonostante i tanti ritocchi rimane ancora oggi una delle donne più desiderate d’Italia, un figlio che dovrebbe essere più che sufficiente per mettere giudizio – sia arrivato a far chiudere dietro di sé, novello Monty Brogan de “La 25a Ora”, le porte di uno dei peggiori carceri d’Italia. E non per qualche giorno. Per quasi otto anni.

Forse il carcere rieduca; forse, se si riesce a uscirne vivi (e si può morire in tanti modi, non solo se il cuore smette di battere), il carcere può anche creare uomini migliori. Nonostante tutto, in fondo ai suoi quasi otto anni di condanna, forse per Fabrizio Corona una possibilità di redenzione c’è.

Non si sa quanto possiamo, invece, redimerci noi, che silenziamo la nostra coscienza e i nostri cattivi pensieri pensando Fabrizio Corona in prigione, sentendoci migliori di lui, e poi, nello spazio dello stesso pensiero, leggiamo compulsivamente delle “confessioni” di Raffaella Fico, della nuova tintura di Belén, delle vacanze della Minetti.

Noi che Trezeguet, magari, non l’avremmo mai ricattato, ma che saremmo stati i primi a guardare morbosamente le sue foto con l’amante, deplorando, dall’alto delle nostre coscienze pulite, la mancanza di scrupoli di quelli che le avevano pubblicate.