di CARMELO PALMA – L’indagine degli organi di vigilanza e della magistratura deve ovviamente proseguire, perché va fatta piena luce sulle scelte e sulle responsabilità che hanno portato MPS con il cappello in mano davanti alla porta del MEF a chiedere aiuto e, ovviamente, a ottenerlo. Mi pare però che, dopo l’intervento del Ministro Grilli, non si possa continuare a discutere e a indagare sui Monti bond, come se ci fosse qualcosa di misterioso anche nella scelta dall’attuale governo di intervenire per rafforzare i requisiti patrimoniali della banca azzoppata dalla grandeur del “banchiere democratico”. Il fallimento non era un’alternativa e tutte le altre, compresa la nazionalizzazione, sarebbero state nell’immediato più costose e controverse.

Malgrado Tremonti si sforzi, con discreto mestiere, di pescare nel torbido di una vicenda che non è ancora per niente chiara, nessuna persona onesta potrebbe mettere i Monti bond nello stesso file in cui stanno i magheggi finanziari con cui MPS, fino all’inizio del 2012, ha cercato di abbellire il proprio bilancio e rinviare il redde rationem. Il governo non concede alcun contributo a fondo perduto a MPS. È chiaro che i Monti bond, rispetto ai Tremonti bond, sono meno vantaggiosi per la banca, anche perché gli interessi, che sono di per sé più onerosi, saranno comunque corrisposti (in azioni, se la banca sarà in perdita) o andranno in ogni caso ad accrescere il debito. È altrettanto chiaro che il mancato rimborso del prestito e le perduranti difficoltà di MPS trasferirebbero sostanzialmente al Ministero dell’Economia il controllo dell’istituto.

Il Ministro Grilli ha escluso che esistano, viste le valutazioni dell’ autorità di vigilanza, i presupposti oggettivi del commissariamento di MPS. Nella polemica elettorale si continua ad invocare il commissariamento e/o la nazionalizzazione a furor di popolo della banca, che però comporterebbe un’ulteriore politicizzazione della vicenda e non favorirebbe, di per sé, soluzioni di mercato. D’altra parte è abbastanza evidente che se il sostegno per il rafforzamento del capitale non consentisse alla banca di tornare in breve tempo a funzionare, la sottoscrizione dei Monti bond equivarrebbe a una nazionalizzazione di fatto di MPS.

Anziché censurare le scelte dell’esecutivo, alla politica toccherebbe invece ragionare sul modello – quello delle fondazioni e dei conflitti di potere e di interesse cresciuti attorno all’ex credito pubblico – con cui si continua a riservare ai politici il controllo dell’attività dei banchieri. Se vogliamo discutere seriamente dei difetti del “sistema”, dobbiamo partire di qui. E rispetto alla vicenda MPS occorrerebbe indagare sulle caratteristiche e i costi di quella gelosa senesità, che ha reso MPS una banca “monocolore” e rinchiuso i suoi meccanismi di funzionamento nella logica ristretta della politica locale. Un’anomalia nell’anomalia, insomma, e una causa istituzionale dell’inefficienza e dell’opacità gestionale della “stagione Mussari”.

Però, il tentativo di spiegare le ragioni del default di un sistema di governance e di una cultura di governo (quella “efficientistica” della sinistra toscana) con le cause seconde e locali (il peso prevalente della fondazione negli assetti proprietari di una banca statutariamente non contendibile) è un modo per non guardare alle cause prime e generali, che rimandano appunto al ruolo delle fondazioni come player politici e finanziari e come nodi della rete dei poteri italiani. A Siena hanno probabilmente esagerato, ma è la natura costitutivamente ibrida delle fondazioni a renderle tanto opache, quanto permeabili alle ambizioni dei capitani di ventura della politica locale.

Le fondazioni hanno tanti quattrini da spendere sul mercato sociale, e tanta influenza da esercitare su quello finanziario, che non è così strano che li usino a vantaggio dei propri “uomini forti”, al riparo di una discutibile e invincibile autoreferenzialità. Insomma, se vogliamo trarre una morale politica onesta dal caso Mussari, dovremmo ammettere che il dito della vicenda MPS punta alla luna delle fondazioni bancarie e ad un difetto di sistema, che sta a monte e non a valle del disastro senese.