Di LUCIO SCUDIERO – A un mese dalle elezioni, i player politici italiani si sono trovati di fronte la bestia nera dello scandalo Mps. Quando di mezzo c’è una banca – e che banca – perfino nelle civili democrazie anglosassoni ragione, memoria collettiva e responsabilità cortocircuitano. Laddove simili inputs psico morali difettano per costituzione, come in Italia, il rischio che salti una banca trascina con sè l’immediata certezza che salti il banco di qualsiasi discussione sensata.

I sondaggi di ieri distribuiscono i pesi della responsabilità nell’affaire Mps in proporzione alla schizofrenia del dibattito.

Il PD – che di Mps è sempre stato il socio occulto di maggioranza e il maggiore percettore di dividendi finanziari e politici – paga il disastro annunciato senese ma non troppo. La cortina della cosiddetta “utilità sociale” continua a proteggere i “cazzi propri” coltivati dai democratici dentro e per mezzo della banca per interposta Fondazione.

E’ comprensibile che della vicenda si avvantaggino forze politiche dichiaratamente antisistemiche, come il M5S di Beppe Grillo. Un po’ meno diretta, ma ugualmente decifrabile, è la logica da disturbo bipolare permanente che può aver spinto di un punto percentuale in su il PDL.

E’ nel segno meno registrato da Mario Monti che però ravviso il prodotto di una rimozione del vero a vantaggio del percepito. E cioè il fatto che il premier dimissionario paghi, più che la sua presunta gestione dell’affare da uomo di governo, la sua altrettanto presunta connivenza con l’establishment senese da “uomo delle banche”.

Quella del Monti banchiere è una lettura del personaggio molto conformista e pure molto sbagliata, sia in termini assoluti che relativi. Basta leggerne la scheda di Wikipedia per capire che Mario Monti nella vita ha studiato l’economia e ha praticato l’antitrust. La volta che ha avuto direttamente a che fare con una banca  – e che banca, Goldman Sachs – lo ha fatto da consulente, non da proprietario, e neppure da azionista. Possibile che questo dettaglio non rilevi in un Paese in cui Berlusconi è proprietario di una banca, la Lega ne fece fallire una, il PD quasi e dove perfino Beppe Grillo è azionista di Mps – dice lui – con 30 azioni?

Rimanendo sul piano biografico, inoltre, ricorderei l’azione decisa con cui l’allora commissario alla Concorreza Ue, Mario Monti, spezzò il connubio simil-italiano tra la politica tedesca e le Landesbanken germaniche, a cavallo degli anni 2000.

Al Monti capo del governo i sondaggi post Mps paiono principalmente imputare il fatto a) di aver “salvato” Mps per essere lui stesso un banchiere e b) di averlo fatto con il gettito dell’odiatissima Imu.

La prima critica non è seria, la seconda fa perfino ridere.

Il bail out di Mps inizia nell’era Berlusconi con il miliardo e nove dei Tremonti – bond, che Monti prosegue ma a tassi di “strozzo” – il 9 per cento – e condizioni più restrittive: Mps deve pagare gli interessi allo Stato obbligazionista anche se è in rosso, cosa che i Tremonti bond non prevedevano. Si può poi discutere, più o meno accademicamente, se sia fair che lo Stato intervenga per non far fallire le banche. Ma la storia di Lehman Brothers deve pur aver insegnato qualcosa al mondo, o no? Certe banche, piaccia o no, non possono fallire, perchè fanno molto ma molto male. Perfino quel turboliberista di Oscar Giannino supporta una prudente e temporanea nazionalizzazione del Monte Paschi. Sa benissimo che costa meno e può – sottolineando il può che con i politici italiani non si sa mai – rendere il massimo, cioè risanare l’istituto di credito prima di metterlo definitivamente sul mercato, affrancato dai suoi padrini partitici di sempre. Lo ricordiamo ad nauseam: di essi il nome fu DS e ora è PD. Amen.

Quanto all’accusa che i 3,9 miliardi di Monti bond siano finanziati dal gettito Imu 2012, ci pare degna di una Giorgia Meloni qualsiasi. In primis perchè quel gettito è grandemente maggiore del valore delle obbligazioni siglate dal Tesoro, ma anche perchè la sua grande parte resta ai Comuni per disposizione dell’ultima manovra finanziaria, a compensazione dei tagli da questi subiti con la spending review estiva.

Ora, in questa vicenda in cui a perderci siamo tutti, chi è il banchiere connivente, chi è il  banco e chi il giocatore d’azzardo?