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Le parole della politica. 4/Maggioritario

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politicoe la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

Puntate precedenti: 1./Centro, 2./Laicità, 3./Moderati

Uno dei più grandi imbrogli lessicali che circola da un ventennio nella politica italiano è quello sull’uso del termine maggioritario. E’ sin dall’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci nel 1993 e poi dal sistema elettorale scaturito dal referendum Segni dello stesso anno che i media e i politici si sono beati del fatto che anche l’Italia entrasse tra le democrazie maggioritarie abbandonando il vecchio sistema proporzionale (e con le preferenze). Ma che le cose non stessero proprio così e che alla fine siamo arrivati a considerare maggioritario un sistema di voto come il Porcellum, che in realtà è un modello proporzionale con premio di maggioranza, la dice proprio lunga… Qui, nel clima della cosiddetta seconda repubblica, abbiamo finoto per considerare maggioritario un sistema di contrapposizione tra due coalizioni il cui esito premia oltre misura quella vincitrice.

In realtà, politologicamente e storicamente, si intende per maggioritario più antico d’Europa e d’Occidente, quello introdotto nel Seicento in Gran Bretagna e ancora vigente in quel paese. Un sistema che venne adottato nell’Ottocento da tutti i regimi liberali (anche in Italia, fino al 1919) ed è attualmente in uso nei principali paesi anglosassoni (Stati Uniti, Australia, Canada). Il territorio di un paese viene suddiviso in una serie di aree geografiche, denominate collegi, che corrispondono al numero dei deputati o dei senatori da eleggere. Ad ogni collegio, che corrisponde grosso modo a un quartiere o a un gruppo di paesi collegati, compete l’elezione di un  solo deputato e senatore e, proprio per tale ragione, viene definito collegio uninominale.

Ogni territorio, insomma, elegge il “suo” parlamentare così come si elegge un sindaco o un presidente di regione. Ed è anche per questo che ogni partito o forza politica sono costretti a scegliere tra le personalità più autorevoli e carismatiche di quel territorio dovendo presentare un suo candidato in grado di pescare voti anche tra gli elettori più lontani. È infatti eletto parlamentare il candidato che in quel collegio ottiene la maggioranza dei voti, da cui l’espressione maggioritario. Il parlamento nazionale risulterà poi formato dai candidati risultati vincenti in ciascun collegio.

Non c’è bisogno di dire che questo modello rispetta la pluralità della società e le sue articolazioni e specificità locali e non pretende in alcun modo di omologare la politica su uno schema nazionale. I detrattori sostengono che però i tanti elettori i cui voti non hanno determinato l’elezione di parlamentari non sarebbero rappresentati proporzionalmente in parlamento. Ma l’obiezione è che la partita va visto collegio per collegio e sta agli elettori cercare di affermare il proprio rappresentante. Piaccia o meno – a noi personalmente piace perché si riduce il peso centrale dei partiti e diventa più forte quello della società civile presente sul territorio – questo è in tutto il mondo il sistema maggioritario. Ci sono poi dei correttivi, che secondo alcuni accrescono la rappresentanza, come quello del secondo turno. Ma in nessuna parte del mondo si intende per maggioritario un sistema di voto come quello italiano, che si determina per liste proporzionali e che poi falsa tutto con un ingiusto premio di coalizione.

In Gran Bretagna è costume che il leader del partito che ha ottenuto la maggioranza, anche relativa, dei parlamentari sia incaricato di individuare la maggioranza, anche con una coalizione, per poi formare il governo. E questo senza trucchetti e falsificazioni strumentali. E, per concludere, va ricordato che col maggioritario britannico sin dall’inizio del Novecento sono entrati in parlamento sindacalisti, operai, attivisti dei diritti civili, intellettuali come in nessun paese avveniva. Tanto per dire che è un sistema che garantisce la pluralità della rappresentanza sociale più di qualsiasi marchingegno salva-casta.

Twitter @lanna_luciano


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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