Categorized | Economia e mercato

Mps, vi raccontiamo il ‘non scoop’ del Fatto Quotidiano

Non è un fulmine a ciel sereno“.

Il commento del Ministro Grilli all’affaire MPS è certamente quello più appropriato perché la notizia del giorno è, in realtà, una non notizia.

Era infatti arcinoto che MPS versasse in uno stato di grave crisi e che l’acquisizione di Antonveneta, nella migliore dell’ipotesi, fosse stata una follia finanziaria.

Lo aveva già testimoniato a suo tempo l’inequivoca reazione dei mercati: “Pioggia di vendite sul Monte dei Paschi a Piazza Affari. All’indomani dell’annuncio dell’acquisizione di Banca Antonveneta da Santander per 9 miliardi di euro, i titoli dell’istituto senese hanno lasciato sul parterre l’11,02% a 3,71 euro, con un minimo toccato a 3,56 euro (-14,73%). Bruciato un miliardo di euro di capitalizzazione. Scambi vorticosi: sono passati di mano oltre 144 milioni di pezzi (poco meno del 5% del capitale), quando la media degli ultimi trenta giorni è stata di 5,9 milioni. Diversi i report negativi che hanno abbassato il giudizio sull’istituto. A preoccupare i mercati è il prezzo particolarmente elevato che Mps pagherà per Antonveneta e che richiederà un aumento di capitale di circa 4,5 miliardi di euro. Dopo il tonfo in Borsa il presidente del Monte, Giuseppe Mussari, ha deciso di iniziare un tour europeo per spiegare agli investitori istituzionali l’operazione Antonveneta”. (fonte: Il sole 24 ore – 9 novembre 2007)

Tra l’altro, il pesante giudizio sull’acquisizione di Antonveneta non era certo limitato alla c.d. stampa specialistica. Ad esempio, sempre il 9 novembre 2007, Il mattino di Padova scriveva: “Dopo Abn Amro, anche il Santander farà parte del passato di Banca Antonveneta. Con un’offerta cash da 9 miliardi, il Monte dei Paschi si assicura il controllo dell’istituto veneto. (…) Un prezzo salato, sostengono gli analisti, quello pagato da Mps, soprattutto alla luce del fatto che difficilmente quest’anno la banca padovana riuscirà a raggiungere i 400 milioni di utile. L’Opa di Abn su Antonveneta, già considerata «generosa», costò agli olandesi 8 miliardi. Oggi però, diversamente da allora, Interbanca non fa parte del pacchetto”.

Ancora nel novembre 2011, Linkiesta scriveva:Ci sono voluti cinque secoli per costruire quella fortuna che per i senesi è stato il Monte dei Paschi di Siena. Meno di cinque anni sono invece bastati a Giuseppe Mussari e a Gabriello Mancini per fare evaporare in Borsa lo storico tesoretto della città del Palio…D’altra parte, l’origine delle disgrazie va retrodatata a quattro anni fa, quando a sorpresa Mussari decise di acquistare Banca Antonveneta per oltre 9 miliardi di euro. Una cifra che già allora sembrò troppo alta. Da mesi, infatti, era già scoppiata la bolla dei subprime e il settore finanziario aveva imboccato una netta china discendente.”

A ciò si deve aggiungere che lo scorso mese di maggio vi era stato un rumoroso e spettacolare blitz della Guardia di finanza nell’ambito di un’indagine su presunti reati di aggiotaggio e ostacolo agli organi di Vigilanza “in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie alla acquisizione di Banca Antonveneta e ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi. La procura sta indagando anche su un’ipotesi di manipolazione del mercato circa il valore delle azioni di Banca Mps, che tra l’altro nei primi giorni del gennaio 2012 subirono un anomalo ribasso”.

E se si considera la rilevanza del MPS per la città di Siena, la diceva lunga sul fatto che comunque c’era qualcosa di grosso che bolliva in pentola.

Infine, il Sole 24 ore ora ci informa anche che: “chi è bene informato, tuttavia, riferisce che lungi dall’essere rimasta passiva, la Banca d’Italia non solo aveva rilevato per prima già dalle ispezioni del 2011 che alcuni conti non tornavano nel bilancio della banca senese, ma anche che era stata la stessa Via Nazionale ad accorgersi anche prima della magistratura di alcuni aspetti poco chiari sulla condotta del management dopo l’acquisizione dell’AntonVeneta.
Non solo. Dietro le dimissioni del direttore generale Antonio Vigni nel gennaio del 2012, e poi pochi mesi dopo del presidente Giuseppe Mussari, ci fu proprio la «moral suasion» di Via Nazionale, che chiese esplicitamente alla Fondazione senese, azionista di maggioranza della banca, di operare una «discontinuità immediata del management»: in pratica, di costringere alle dimissioni i due dirigenti che avevano pensato, condotto ed effettuato sia l’acquisizione di AntonVeneta sia l’acquisto di pericolosi derivati strutturati che avrebbero potuto mettere a rischio la stabilità dell’istituto senese.

La lunga cronaca giornalistica giustifica lo stupore per il clamore mediatico di uno scoop (relativo alla scoperta dei contratti derivati utili ad “abbellire” i bilanci di MPS) equivalente alla scoperta dell’acqua calda.

Ma può soccorrere in aiuto il noto criterio ermeneutico andreottiano che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Infatti, senza volere addentrarci in ricostruzioni dietrologiche che non ci appartengono, un dato è difficilmente controvertibile: questo genere di notizie non cresce sull’albero della cuccagna piantato in redazione, ma è frutto di “dritte” di gente molto ben informata.

In questo caso, le possibili fonti sono due: la stessa MPS (e/o ambienti vicini) o la Procura di Siena.

La seconda ipotesi parrebbe la più probabile soltanto per la tradizionale vicinanza del Fatto quotidiano alle procure di tutta Italia, ma questa è una mera congettura, che non potrà mai essere confermata. Né è importante che lo sia.

Ciò che invece interessa è esaminare gli effetti che lo scandalo produce nei due menzionati ambienti (dai quali, i lettori più fantasiosi, se vogliono, possono provare a ricostruire le remote motivazioni che stanno dietro la soffiata).

1)      La risonanza mediatico-elettorale dello scandalo gioca a favore della fazione che vuole rompere i vecchi e consolidati equilibri di potere, fondati sulla centralità della Fondazione, attraverso la rimozione del tetto statutario del 4% alla partecipazione azionaria dei privati. Ciò, infatti, potrebbe consentire il buon andamento dell’aumento di capitale di un miliardo già approvato lo scorso autunno, in quanto il predetto tetto rappresenta, secondo il giudizio di tutti gli analisti, il principale ostacolo alla contendibilità della banca e, quindi, alla ricerca di nuovi soci (esteri), per l’ovvia considerazione che nessun investitore vuole mettere i propri (tanti) soldi, per consentire alla Fondazione di continuare a fare il bello e il cattivo tempo. In questo senso, la forte pressione alimentata dallo scandalo può agevolare il superamento delle resistenze, condotte sotto il grido di battaglia “Siena prima di tutto”. Anche se lo scandalo potrebbe essere il cavallo di troia per tentare un altro attacco alla diligenza. Non sembra sia una singolare coincidenza che nella recentissima conferenza programmatica della CGIL, la Camusso abbia indicato le risorse delle fondazioni come possibile fonte per il finanziamento del welfare.

2)      La montatura dello scandalo in campagna elettorale crea un clima di suspense per i (sicuri) prossimi eventi sul fronte giudiziario. Al riguardo, sembra che la formalizzazione dell’inchiesta avverrà dopo lo svolgimento delle elezioni, in un clima di fair play istituzionale, ma non scommetteremmo nemmeno un centesimo bucato sull’ipotesi che nel frattempo ogni santo giorno non leggeremo anticipazioni sul corso delle indagini o notizie connesse. In questo gioco, verosimilmente i maggiori beneficiari saranno: giornalisticamente il Fatto quotidiano, che gode in materia di un vantaggio competitivo incolmabile; politicamente il M5S, perché potrà sparare ad alzo zero contro la vecchia politica, con tutto il suo armamentario concettuale. Inoltre, l’accensione del faro mediatico consentirà che venga tributato il giusto riconoscimento all’oneroso lavoro di una tranquilla Procura di provincia.

Infine, come spesso accade, la deflagrazione violenta di uno scandalo politico in campagna elettorale può anche dare vita ad effetti imprevisti e imprevedibili.

Lo scandalo MPS, oltre a ravvivare il già acceso clima elettorale, può determinarne significativamente gli esiti, qualora contribuisca a far tornare alla mente di molti elettori ed elettrici  il sottile filo rosso che lega la storia del PCI-PDS-DS-PD, vale a dire il fatto di essere continuamente lambito da gravi scandali (tangentopoli, Unipol, Sistema Sesto San Giovanni e ora MPS), dai quali, però, ne esce col solo sacrificio dei personaggi “minori” (Greganti, Consorte, Penati e verosimilmente Mussari, che sembra già il personaggio ideale per svolgere la funzione di capro espiatorio, visto che già tutti lo disconoscono, come se uno possa arrivare al vertice di un grande istituto bancario per caso).

Di ciò potrà avvantaggiarsi chi voglia con serietà e credibilità denunciare, senza paura di essere sbranato, il conservatorismo del PD (e della versione attuale del centro sinistra), nel senso che, tralasciando le degenerazioni penali imputabili sempre e soltanto ai singoli responsabili, esso rappresenta il fulcro di un’inestricabile commistione di interessi tra affari e politica ed è, dunque, impossibile attendersi che possa avviare delle riforme che riducano, per davvero, il peso dell’ingerenza degli apparati politici e sindacali nella vita economica del Paese.

D’altronde, nessuno si priva spontaneamente di ciò che gli dà (legalmente) potere e denaro.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Mps, vi raccontiamo il ‘non scoop’ del Fatto Quotidiano”

  1. Parla come Mangi scrive:

    alla fine della fiera basta non fare porcate e vedi che nessuno ha imboccate dalle procure e gli ipotetici vantaggi evidenziati ricadrebbero anzichè su ignari movimenti su tutta la collettività.
    Ognuno del proprio mal pianga se stesso.

Trackbacks/Pingbacks