La Memoria non è una ricorrenza. E la Shoah non è una “cosa del passato”

di DANIEL FUNARO – Siamo proprio sicuri che il senso della Giornata della Memoria debba essere quello che riusciamo a trasmettere, onorandone ogni anno la ricorrenza? Se c’è bisogno di una legge per ricordare ciò che la società appare incapace di tenere a mente, vale forse la pena di chiedersi quale sia il modo giusto per farlo. Sembra che questa giornata, più che a riflettere, serva a farci sentire a posto, in regola, in buona coscienza. Dedichiamo un giorno alla memoria della Shoah, così da sentirci anche in diritto di dimenticarcene negli altri.

L’impressione è che nella Giornata della Memoria la commozione sincera e l’autentica partecipazione civile soffochino nell’adesione conformistica e nell’adempimento rituale. Così si finisce per ricordare la Shoah come una sciagura, più che come una colpa. E la conseguenza è quella dell’effetto passerella, della fiera delle vanità. Tutti in prima fila a “ricordare”, come se la memoria servisse a rendere omaggio a chi non c’è più e non a prendere le misure al male e a sentirsene responsabili,  per impedire che ritorni.

Il rischio più grande è che la Shoah così diventi banale. Non nel senso inteso da Hannah Arendt – dove la banalità coincideva con la radicalità del male – ma nel senso di un approccio superficiale ai doveri della memoria. Lo stesso che non ci permette di accorgerci che in realtà siamo tutte vittime di una certa, anche involontaria, ipocrisia. Il più grande dramma dell’umanità, se non è contestualizzato e compreso, corre quasi il rischio di perdere di senso. Ma contestualizzare non significa storicizzare e così esorcizzare e “tenere a distanza” il racconto dello sterminio nazista, ma farne il contrario. Comprenderlo come un paradigma del male che si ripete nella storia umana.

Il ricordo della Shoah non serve ai deportati nei campi, non serve neanche agli ebrei. Il ricordo della Shoah serve a tutti per comprendere il passato in vista di un futuro che riguarda tutti. Si dice spesso che non c’è futuro senza memoria, ma è vero anche che senza la volontà di creare un futuro differente la memoria non serve a nulla. Ed è per questo che di quell’ipocrisia diventiamo tutti vittime o colpevoli, perché, anche se facciamo fatica ad ammetterlo, crediamo che basti celebrare una giornata per aver compiuto la nostra dose annuale di buone azioni nel mondo, pur continuando a tacere di fronte al male che si ripete.

Per questo forse una riflessione più profonda e meno esibizionistica dovrebbe prendere il posto di certe manifestazioni pubbliche che sembrano servire, secondo l’inclinazione italica, a non farci sentire  in fondo tanto cattivi. Dobbiamo prendere coscienza che esiste una responsabilità individuale che viaggia insieme a quella collettiva. Dobbiamo capire che la memoria fine a se stessa è ipocrisia e che se davvero vogliamo ricordare quanti non ci sono più, non perchè sono morti, ma perché sono stati sacrificati al male, bisogna fare i conti con la possibilità che questo male si ripeta e si rinnovi. Dobbiamo chiederci, insomma, non cosa avremmo fatto di fronte al male di ieri, ma cosa stiamo facendo di fronte a quello di oggi e domandarci se davvero ha senso censurare l’indifferenza del passato, quando si tace di fronte a quella del presente.

Pur consapevoli che lo sterminio nazista, per la natura e sistematicità del progetto, non si è più ripetuto nella storia, non possiamo affermare di certo che il male sia scomparso dalla storia politica del mondo. La Giornata della Memoria dovrebbe servire anche a questo, a ricordarci dei nostri doveri presenti: dei siriani ammazzati e abbandonati, dei cristiani prigionieri e bruciati vivi nelle chiese, degli omosessuali lapidati a Teheran e (perché no?) anche di chi vive in Israele sotto i razzi, che rappresentano, anche simbolicamente, la punta di lancia dell’antisemitismo contemporaneo. A questo dovrebbe servire la Memoria, a comprendere cosa dobbiamo fare oggi e non solo quanto, in passato, abbiamo fatto, accettato o subito.


Autore: Daniel Funaro

Laureato in Scienze Politiche e studente di Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma. Ha ricoperto il ruolo di responsabile politico dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia e direttore del mensile dell'organizzazione Hatikwa.

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