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La riscoperta delle campagne elettorali televisive. Alla buon’ora

– In Italia si va per sintesi. Sintesi facili facili, che in poco diventano vulgata comune, credo assoluto, per poi essere dimenticate come se nulla fosse. Il problema è che spesso gli estensori e gli inventori di queste sintesi, di questi facili gadget culturali, poi dimenticano essi stessi di averle create e messe in giro. Di averle fortificate, giurate e spergiurate, fin poi far spallucce.

Ricordo gli anni scorsi. Pochi anni fa mi capitò di presentare una relazione ad un convegno, di basso profilo, nel quale manifestavo l’idea che la formattazione dell’immaginario televisivo eterodiretto fosse ancora, in Italia, una formidabile area di controllo del consenso politico elettorale. Di come non tanto i programmi “politici”, quanto le tematizzazioni psicologiche, identitarie e di consumo di tutte certe aree della comunicazione televisiva non fossero altro che la metaforizzazione di una categoria sociopolitica. Categoria che avrebbe creato, nel pubblico, auto identificazione, e consenso politico.

Era, dal mio punto di vista, e da quello di altri ben più bravi di me, il grande pragmatico progetto sinaptico dell’immaginario berlusconiano, il vero centro di controllo, la distribuzione ininterrotta ed a flusso continuo di un simulacro ideologico atto a rafforzare continuamente, e subconsciamente, tutti i temi del consumo berlusconiano. Molti mi risero in faccia. Mi veniva fatto notare che da anni ormai “è dimostrato che la televisione non ha più alcuna influenza sull’elettorato”. E chi lo affermava questo? Ma come, non lo sai? Tutti!

E’ vero, lo affermavano tutti. Lo slogan di una certa area intellettualistica italiana era quello che ormai la televisione non influenzava più l’esito politico. Ricordo centinaia di giornalisti politici che affermavano spavaldamente che “è dimostrato”, la tv può poco, nelle trasformazione politica di un paese. In parte lo affermavano i giornalisti di destra, quelli che dovevano far pensare che Berlusconi nulla doveva in consenso alle sue tv. Ma il problema è che questa tesi passò anche a sinistra. Ricordo che lo slogan dell’illuminazione liberal era: “la politica non si gioca più nel campo televisivo”. Certo. Gli illuminatissimi spin doctor facevano su e giù in aereo con gli Stati Uniti e giuravano, ai loro clienti destinati alla sconfitta, che ormai il mondo è digitale, ormai è 2.0 (che termine insopportabilmente fighetto), e che chi ancora vi consiglia di soffermarvi sulle logiche televisive è un dinosauro figlio del passato.

Tra questi T-Rex (o più umilmente Brontosauri) c’erano anche quelli come me, che non sono pagati per inventare slogan, farne dogmi, e poi buttarli al cesso, ma per studiare e divulgare le cose.
Vero. Da molti, moltissimi, anni ormai i cultural studies e certe valide analisi sociali e massmediologiche dimostrano che non si può in alcun modo pensare di appiattire e appaltare il consenso sociale alle logiche della monodirezione televisiva. Da molti anni, inoltre, la trasformazione delle economie delle tecnologie della comunicazione hanno letteralmente trasformato le forme e le formule delle interazioni sociali. I media digitali e le forme di self medium hanno, poi, riconfigurato i tutti i sensi dell’ antropologia della comunicazione e, quindi, della veicolazione dei flussi ideologici e di scelta politica.

Bene.
Ma queste analisi (potremmo citare sterminate bibliografie) non hanno, praticamente mai, come corpus la società italiana, ma quasi sempre quelle anglosassoni, scandinave, ecc.
Il giornalista italiano che si sentiva molto figo per aver vissuto qualche mese a New York, o a Londra, o di aver visto quel convegno di quel grande guru dell’ MIT, o dell’università di Ottawa, o che si era scaricato la lezioncina dal sito TED, veniva ad insegnare che la pervasività televisiva era ormai terminata, e noi non lo sapevamo. Ma dove era terminata? Non certo qui in Italia.

La cosa che alcuni analisti dovrebbero imparare a capire è che una analisi ha senso e significato “solo” per il corpus e per l’habitat nella quale è stata effettuata. Le caratteristiche culturali, psicosociali e antropologico-culturali della società italiana sono ben diverse da quelle di molte altre società occidentali. Se non vogliamo definirle diverse possiamo definirle ad “alta singolarità”.

La società 2.0, in Italia, è ancora una chimera. Circa il 50% del paese il computer manco ce l’ha. E per chi ce l’ha, in Italia nel 2012 le parole più ricercate su Google sono state nell’ordine: 1) Terremoto, 2) INGV (istituto nazionale geofisica e vulcanologia), 3) Lucio Dalla, 4) Zalando (sito di vendita di scarpe plurimarche), 4) Costa Concordia, 5) Calcolo Imu, 6) Sara Tommasi, 7) Akinator, 8) Pulcino Pio, 9) Italo (il treno).

La performantica aggregazione dei flussi di pensiero politico on line, in Italia, riguarda fasce della popolazione che potremmo definire “relative” ed “elitarie”. Relative per numero, elitarie per fascia di istruzione media e per posizione sociale e capienza economica.
Il fatto è che queste fasce racchiudono nel proprio ambito praticamente tutti gli operatori della comunicazione in Italia, e che, quindi, quando raccontano che l’Italia è politicamente non più televisiva ma self medium, stanno raccontando non il paese, ma la propria comunità.

E l’errore lo compie anche chi proviene da esperienze oltreoceano. Raccontare che le campagne elettorali statunitensi e che il successo di Obama siano il frutto “della rete” è uno slogan avanguardista che non tiene assolutamente in conto che nelle ultime tre elezioni americane sono state messe in piedi le più ricche aggressive, terroristiche, martellanti campagne politico-televisive che l’America si ricordi.

Tutto questo per dire cosa. Per dire che per anni lo slogan, incontrovertibile, è stato “la tv non conta più nulla”, e poi oggi, d’improvviso, gli stessi, giornalisti e analisti, che hanno a destra e a manca sventagliato questa bufala, scrivono, come se nulla fosse: “beh, è evidente, Berlusconi guadagna consensi attraverso la televisione”, “beh, è evidente, Santoro gali avrà fatto guadagnare almeno 2 o 3 punti percentuale” “beh, è evidente, Ballarò fa il 17 % perché la gente vuole capire per chi votare” “beh, è evidente, la politica si fa in televisione” “Beh, è evidente, Ilaria D’Amico conduce un programma con i leader politici perché tette, culi e politica sono ‘alchimia televisiva assoluta” “beh, è evidente, si vince in tv”.

E’ la rivincita della televisone!? Ma come!?
Il fatto è che gli stessi che oggi affermano tali vere o false o relative verità, sono gli stessi che pochi anni fa avevano per statuto decretato la morte della funzione ideologica della televisione, dando del dinosauro a chi aveva, semplicemente, qualche dubbio. E la cosa, un po’, ci fa incazzare.

Oggi, in autobus. Una signora di sessant’anni, ex infermiera, si lamenta perché sua figlia guadagna 800 euro al mese. Un signore di circa 65, ex operaio, si lamenta perché a Roma ci sono sempre meno autobus. La signora afferma di aver sentito in tv che il governo avrebbe approvato una “tassa sui cani”, 50 euro da pagare per chiunque possegga un cane. Il signore afferma che bisogna far qualcosa, votare per qualcuno che possa cambiare le cose. La signora dice che Berlusconi ha promesso in tv che leverà l’IMU. I due si accordano: “voteremo Berlusconi”


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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