La finanza di relazione in un sistema politic oriented. Così si spiega il disastro MPS

– Centinaia di anni di storia giocati a dadi, con un’ambizione smisurata e un’improvvisazione imbarazzante. Un patrimonio ingente mangiato dal vorace capitalismo di relazione italiano, che guida il Paese verso l’impoverimento. Una trama con tutti gli elementi del thriller finanziario: falsità, omissioni, opacità, legami con la politica e operazioni coperte, con nomi in codice che sarebbero perfetti per un romanzo di John Le Carrè.

La differenza è che qui è tutto drammaticamente vero, così vero da istigare il grido degli alfieri del populismo. Da un lato tutte le colpe addossate al partito, il PD, che controlla la fondazione del Monte dei Paschi, dagli eterni avversari dell’asse Pdl-Lega, con un rapporto non meno compromesso e partitocratico con il sistema dell’ex credito pubblico. Dall’altro le urla di Grillo, a suon di “abbattiamo le banche” o del sempre verde “nazionalizziamole”, che soddisfa molto anche il palato della destra più becera e retriva.

Nel mezzo, come sempre, Mario Monti, l’imputato più eccellente della crociata anti-bancaria, colpevole di aver avuto rapporti con la famigerata merchant bank Goldman Sachs. L’uomo delle banche, secondo la vulgata, è così inviso a chi osteggia il potere dei banchieri e anche a chi lo esercita da meritare il sospetto degli uni e l’ostilità degli altri. Erano i tempi del decreto liberalizzazioni quando Mussari, Presidente dell’ABI, la Confindustria dei banchieri, minacciava le dimissioni e tuonava «Non è possibile indurre le banche a fare servizi gratuiti» contro la norma che cancellava le commissioni bancarie sui fidi. L’Abi contestava che così venissero imposti «prezzi amministrati o un divieto di avere dei ricavi». Un paradossale elogio del mercato, da parte di chi con il mercato ha dimostrato di avere un rapporto assai poco trasparente.

Il conservatorismo si annida ovunque ed il Parlamento ne è spesso il terminale finale. Se è vero che il sistema creditizio italiano necessita di profonde riforme, la risposte ai plot da romanzi di spionaggio non può certo essere una domanda ulteriore d’intervento dello Stato e quindi della politica. Le fondazioni bancarie andrebbero privatizzate e restituite al gioco del libero mercato piuttosto che invocare una nazionalizzazione pericolosa per l’economia italiana e soprattutto disegnata per riconsegnare ruolo e potere d’intermediazione ai trombati e ai burocrati della politica.

Che lo Stato salvi una banca è già abbastanza. Non può però salvare con la banca il sistema di governance che ha incentivato gli azzardi dei suoi improvvisati banchieri. Allo stesso modo non può mancare un impegno sulla trasparenza del settore. Perché lo scandalo MPS è emerso prepotentemente e improvvisamente solo negli ultimi giorni? Perché nessuno dei colleghi di Mussari, al corrente delle difficoltà del colosso di Siena, ne ha chiesto negli scorsi mesi le dimissioni da Presidente dell’ABI? Misteri da capitalismo clientelare, che moltiplica i silenzi, le falsificazioni, gli incroci, le collusioni, i conflitti d’interesse e le irresponsabilità.

La vicenda ci offre un altro spaccato di un sistema consunto ed incapace di riformarsi nonostante la crisi. Dalla concorrenza e dalla trasparenza le banche, che di per sé sono tutt’altro che cattive così come i banchieri, non hanno nulla da temere e i risparmiatori tutto da guadagnare. Le connivenze fondate sui conflitti d’interesse pubblico-privato sono inefficienti. Cambiare si può. Come? Passando da un sistema politic oriented ad uno market oriented, capace di finanziare i progetti, e non di consolidare le relazioni, al riparo da occhi indiscreti fino all’esplosione del disastro.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

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