Dieci anni fa moriva Agnelli. Marchionne dimostra quanto tempo è passato

di CARMELO PALMA – Una famiglia segnata dalla fortuna e dalla sciagura, dalla joie de vivre e dall’insoddisfazione. Una vita prima dissoluta e divertita, da giovin signore e poi riaggiustata in un ruolo che manifestamente non gli apparteneva, da comandante in capo di un impero, di cui delegava volentieri il comando e sfoggiava invece gli attributi imperiali, con una negligenza leggera che però lo faceva più rassomigliare a Porfirio Rubirosa, che ad un padrone del vapore.

Gianni Agnelli è stato un personaggio rilevante della storia e dello stile italiani, ma un incidente casuale nella storia dell’industria automobilistica e un interprete assai improbabile della torinesità, che si rifletteva invece nello stile rigido e severo dei Valletta e dei travèt di Corso Marconi o nell’intransigenza protestante di Luigi Arisio e dei quarantamila che rimisero in carreggiata la storia industriale italiana, rispondendo alla sfida di Berlinguer accampato ai cancelli di Mirafiori.

La “Fiat di Agnelli” non è mai esistita. E’ esistita quella dei suoi amministratori delegati, di cui è stato chiamato a rappresentare i successi e gli errori e anche i dissidi, come quelli storici tra Romiti e Ghidella. Quando Agnelli muore, dieci anni fa, lascia una conglomerata in affanno, anzi, ad essere precisi, con l’acqua alla gola, che perde soprattutto nell’auto. Agnelli non aveva organizzato un’exit strategy industriale, che toccherà un anno e mezzo dopo allo “straniero” Marchionne reinventare, ripartendo proprio dall’auto, ma aveva organizzato la successione dinastica.

I conti della famiglia prima di quelli dell’azienda. In quella logica, alcuni dei suoi uomini più fidati – Franzo Grande Stevens e Pierluigi Gabetti – organizzano nel 2005 l’acrobatico equity swap di Exor, neutralizzando l’esercizio da parte delle banche creditrici del convertendo da tre miliardi di euro. Così la Fiat non esce dalla cassaforte della casa. L’iconografia monarchica che accompagna oggi le commemorazioni di Agnelli, a dieci anni dalla morte, è coerente con la natura e la misura di un personaggio abbastanza irregolare, che detestava la normalità secondo la maniera conformistica di chi, in fondo, può comunque permetterselo.

Ma nella Fiat repubblicana e borghese di Marchionne, chiamata a giocare la partita della vita fuori dal cortile di casa e a onorare (anche controvoglia)  i debiti politici contratti nella stagione dell’Avvocato, di Gianni Agnelli rimane una parte della discendenza, non lo stile blasè, non la vocazione tutto sommato domestica, non l’idea disincantata che una cosa è l’impresa, ma un’altra è la vita. La Fiat di Marchionne esce dal capitalismo di relazione ed entra nel mercato globale. Un passo avanti culturale considerevole, di cui l’Italia, se ne accettasse la lezione, potrebbe giovarsi, invece di cavillare sulla formale e residua “italianità” della casa torinese o rimpiangere un passato che comunque non tornerà.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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