Il caso Montepaschi: cos’è, cosa ci insegna

di COSTANTINO DE BLASI – Sul sito della Fondazione Monte dei Paschi di Siena si legge che la banca ebbe origine nel 1622 (dal 1472 era un Monte di Pietà) “affinché avesse fecondo sviluppo, ordinamento e regola, con privato e pubblico vantaggio per la Città e lo Stato di Siena”.

Nella storia degli ultimi anni dell’istituto senese c’è tutta la rappresentazione di come gli intrecci, spesso nebulosi, fra politica, finanza e affari generino situazioni che nulla hanno in comune con il ‘fecondo sviluppo’ che quasi 400 anni fa si voleva promuovere.
Le dimissioni del presidente dell’ABI Mussari potrebbero scoperchiare il vaso di Pandora di operazioni nate da un mix di mala gestio, prepotenza della politica, falsificazioni contabili, omissioni dei controllori e miliardi sprecati.

La mala gestio
Nell’autunno 2007 MPS annunciò l’acquisto dal Gruppo Santander per 9 miliardi della Banca Antonveneta. Solo pochi mesi prima gli asset di Antonveneta erano stati stimati in 6,3 miliardi. Una differenza difficile da giustificare in così poco tempo. Perché Mussari si lanciò in un’operazione tanto onerosa e azzardata, tra l’altro in un momento storico in cui il settore bancario era già entrato nella crisi sistemica che poi deflagrò nel 2008, potrebbe essere materia per film di spionaggio. Forse contano i rapporti che l’allora presidente intratteneva con lo IOR di Gotti Tedeschi, azionista della banca Iberica. O forse si è trattato semplicemente di clamoroso errore di valutazione, dal quale, peraltro, gli advisor dell’epoca (KPMG) oggi prendono le distanze.

Gli organi di controllo
Il Monte dei Paschi è controllato dalla Fondazione, costituita nel 1995. Tredici dei sedici consiglieri sono di nomina politica, nella fattispecie Partito Democratico. E’ nota la vicinanza di Mussari ad Amato e Bassanini. Amato è stato anche l’estensore della prima normativa sulle Fondazioni Bancarie, la legge Amato 218/90.

L’affinità fra il partito politico e l’istituto di credito è testimoniata anche dai 700.000 euro di finanziamento (perfettamente legale, ci teniamo a specificare) erogati da quest’ultimo al partito di Bersani. Il segretario, possibile prossimo presidente del Consiglio, si affretta a specificare che il suo partito non ha nessuna responsabilità nella vicenda. Eppure il legame resta evidente, così come è agli atti l’interesse più volte manifestato dal PD per il mondo bancario.

I bilanci “abbelliti
Essendo travolta la banca da una situazione di cassa disperata (al 30 settembre scorso perdeva 1,66 miliardi), Mussari si lanciò in altra operazione spericolata, oggi al vaglio della magistratura, con la banca giapponese Nomura, già al centro di situazioni poco chiare in materia di insider trading. Il doppio contratto con Nomura (nome in codice Alexandria) consentiva di scaricare sulla banca giapponese perdite per 220 milioni in cambio del loro riacquisto a termine. La scoperta di questo contratto ad opera di un valente giornalista de Il Fatto Quotidiano, Marco Lillo, ha determinato l’aumento della richiesta di prestito al governo Monti da 3,4 a 3,9 miliardi. Parte di questa nuova tranche è dovuta alla incapacità di rimborsare l’altro prestito per 1,9 miliardi avuto dall’allora ministro dell’economia Tremonti.

I controllori
Una nota di BANKITALIA specifica che il contratto con Nomura era stato siglato di nascosto e “solo di recente” se ne è venuti a conoscenza.
Nel 2009 il Monte dei Paschi usufruì dei già citati Tremonti Bond.
Nel 2010 superò lo stress test effettuato dalle autorità bancarie europee, dimostrando così una solidità patrimoniale.
Nel 2011 la Fondazione riceveva dal Tesoro, ancora Tremonti, l’autorizzazione ad indebitarsi per 600 milioni per poter procedere ad un aumento di capitale funzionale alla restituzione del prestito. Debiti per pagare debiti che si aggiungono ai 22 miliardi detenuti in pancia e che hanno causato pesanti minusvalenze.
Lasciamo al lettore la valutazione dei fatti sottolineando tuttavia la loro cronologia.

Una montagna di denaro
Il nuovo prestito di 3,9 miliardi di fatto nazionalizzerà l’istituto. Le possibilità che questa montagna di soldi possa essere restituita alle non floride casse pubbliche è praticamente nulla. Le perdite saranno messe quindi sul conto della collettività nazionale, mentre quelle locali sono state già pagate in termini di mancate erogazioni a clienti (anche le sofferenze sono in aumento) e attività sul territorio. Il piano industriale 2012-2015 prevede la chiusura di 400 sportelli e 4600 dipendenti in esubero.

Ad analizzare questa pessima storia all’italiana ci saranno sicuramente voci che attribuiranno le colpe alla finanza ingorda e dissipatrice. Al netto dei comportamenti individuali invece, occorrerebbe denunciare che quando la politica, rappresentata nella fattispecie dalla pericolosa commistione fra interessi di una parte e potere su tutti, si fa attrice di dinamiche economiche causa disastri poi pagati dai cittadini. Chi chiede più Stato nelle banche e nelle imprese mette l’agnello nella tana del lupo. Ce ne sono tutte le evidenze, basta volerle vedere.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

3 Responses to “Il caso Montepaschi: cos’è, cosa ci insegna”

  1. lodovico scrive:

    Se solo fosse così: ma ci sono coperture ai fatti- già noti da molto tempo -tenuti segreti alla magistratura che forse doveva intervenire ad elezioni avvenute- che non mi fanno sperare in un lieto fine. Le responsabilità sono più in alto:non nella fondazione che non aveva la capacità di giudicare la banca ed il mercato finanziario sempre in movimento.

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