Elezioni in Israele: male i vecchi partiti, bene i nuovi

di STEFANO MAGNI – Quando pensiamo a Israele, solitamente ci vengono in mente immagini forti.
Pensiamo alla guerra infinita nel Medio Oriente, alla minaccia terrorista iraniana, alla possibilità, più unica che rara dopo la Guerra Fredda, di un futuro Armageddon nucleare. E’ difficile riuscire a concentrarsi su un tema così banale come può apparire quello delle sue elezioni democratiche.

Per di più, un voto caratterizzato da un’estrema frammentazione dei partiti e dall’assenza di leader carismatici. La mancanza di grandi personalità si riscontra nei primi risultati. Il partito di governo (“Likud”) vince, ma non convince. Nonostante si sia presentato con una nuova configurazione, assieme al partito di destra laica “Israel Beytenu” (di Avigdor Lieberman), non riesce ad ottenere più di un quarto dei seggi della Knesset, il parlamento di Gerusalemme. Decisamente troppo pochi per poter governare con serenità.

Va decisamente meglio il Partito Laburista, presente nel governo di larghe intese con il ministro della Difesa Ehud Barak. In questo ruolo di opposizione responsabile, con un forte ruolo nell’esecutivo (specie in tempo di guerra) è riuscito a convincere abbastanza da raddoppiare i propri seggi. Ma resta sempre un partito di minoranza. Sprofonda, invece, la formazione di “Kadima”, accreditata come l’unica vera oppositrice all’esecutivo Netanyahu. Pur essendo forte della sua esperienza di governo (sotto la guida dell’ex premier Ehud Olmert), dell’eredità di Ariel Sharon, dell’appoggio del presidente Shimon Peres e stimata in tutti i governi occidentali, “Kadima” ha fatto flop.

Il potere logora chi non ce l’ha, recitava Andreotti. Lo stesso si potrebbe dire per la formazione orfana di Sharon, che si è tenuta troppo al di fuori dei giochi per potersi creare un seguito nell’opinione pubblica. Un collasso così rapido è comunque più unico che raro: “Kadima” usciva dal precedente parlamento con la maggioranza relativa dei seggi ed ora non ha neppure superato lo sbarramento del 2%.

Usciti pesti i vecchi partiti, si fanno largo le giovani formazioni. La vera sorpresa elettorale di quest’anno è “Yesh Atid” (“Abbiamo un futuro”), una formazione nata nel 2012 per volontà del giornalista televisivo Yair Lapid. Ora è la seconda forza politica, superando anche il vecchio Laburismo.

Questo partito è, essenzialmente, la risposta laica al crescente trend ortodosso in Israele. Se i religiosi impediscono allo Stato ebraico di dotarsi di una costituzione scritta, Lapid la inserisce nel suo programma. Se gli ultra-ortodossi hanno scuole separate e non si fanno arruolare nell’esercito di leva, Lapid propone di estendere la coscrizione obbligatoria a tutti (arabi e ultra-ortodossi inclusi) e di dare la stessa educazione di base a chiunque. Dal momento che lo stesso Netanyahu (nel nome delle larghe intese con il Partito Laburista) sta diventando socialista in economia, Lapid vuol riportare la barra su una maggiore libertà di commercio e sulla lotta alla burocratizzazione, che sta raggiungendo i massimi livelli. Il partito “Yesh Atid”, contrariamente alla destra, mira esplicitamente alla soluzione due popoli in due Stati. Contrariamente alla sinistra, vuole difendere gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e garantire la massima sicurezza possibile a Israele. Insomma, il nuovo partito centrista promette benissimo. E da domani potrebbe giocare l’importante ruolo di ago della bilancia fra una destra e una sinistra sempre più spompate.

L’altra novità si colloca alla destra del premier: “La casa ebraica” di Naftali Bennett, imprenditore e uomo politico con un passato nelle forze speciali e più likudista del Likud. Bennett è riuscito, evidentemente, nel suo intento di conquistare i delusi di Netanyahu e il suo partito si è affermato come quarta forza del parlamento. “La casa ebraica” ha ripreso in mano il programma economico liberista abbandonato dal premier. Propone una cura di libero mercato per uscire dalla crisi. Ha una ricetta molto pragmatica per risolvere il problema del crescente prezzo delle case: colonizzare il deserto del Negev e fondare nuovi insediamenti in Galilea.

In politica estera, il partito di Bennett è visto, già oggi, in Occidente, come il maggior ostacolo alla pace. In realtà il piano proposto dal leader di destra (sulla falsariga del vecchio programma del Likud) non può essere liquidato semplicemente come “annessionista”, perché è molto più complesso e pragmatico di quanto non appaia. Bennett, infatti, suggerisce di restituire Gaza all’Egitto (cosa che Il Cairo non vorrà mai) e annettere la parte di Cisgiordania con una popolazione a maggioranza ebraica. Alla minoranza palestinese che abita i territori da annettere, verrebbe offerta la cittadinanza israeliana. I territori a maggioranza palestinese verrebbero amministrati dall’Autorità Palestinese, con un’ampia autonomia, ma sempre sotto la protezione dell’esercito israeliano. Per quest’ultima area, Bennett chiede strade libere e la costituzione di joint venture israelo-palestinesi, in modo da facilitare lo sviluppo economico locale. Il problema, da un punto di vista internazionale, è semmai la sua opposizione alla nascita di uno Stato palestinese vero e proprio.

Assieme al “Likud-Beytenu” e a “La casa ebraica”, reggono bene le formazioni religiose. “Shas”, il partito della destra ortodossa sefardita, riesce a mantenere una posizione di tutto rispetto, collocandosi al quinto posto. “Fronte della Torah”, partito confessionale askenazita, è entrato in parlamento con una piccola squadra stimata (secondo gli exit poll) in 6 parlamentari. Le formazioni di destra, con tutta probabilità, si coalizzeranno per formare il nuovo esecutivo. Non senza difficoltà, considerando che è forte il divario fra le posizioni religiose e quelle laiche.

La sinistra appare ancora più frammentata in piccoli partiti. I comunisti (“Hadash”) avranno 3, massimo 4 seggi. I sionisti di sinistra (“Meretz”) ne avranno forse 7. Anche Tzipi Livni, fuggita appena in tempo dal disastroso esperimento di “Kadima”, fondando il suo piccolo partito centrista “Ha Tnuà” (“il movimento”), è riuscita a ritagliarsi un suo piccolo spazio parlamentare, con 7 seggi previsti.

Entrano nella Knesset anche le liste arabe: “Raam Taal” e soprattutto “Balad”. Quest’ultimo partito si è distinto per un’aggressiva retorica anti-sionista. La sua esponente di spicco, Haneen Zoabi, ha predicato più volte la fine dello Stato di Israele ed ha addirittura approvato pubblicamente il programma nucleare di Ahmadinejad. Nonostante tutto, ha potuto partecipare alle elezioni. Giusto per ricordarlo a chi considera Israele una “dittatura fondata sull’apartheid”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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