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Il proibizionismo in Europa è concausa del conflitto nel Mali

– Una delle principali conseguenze del proibizionismo non è una grossa contrazione del consumo ma il fiorire del mercato nero.
Dal Volstead Act, la legge proibizionista per antonomasia che volle bloccare l’uso dell’alcool negli States negli anni ’20 del ‘900, al proibizionismo sulla prostituzione che anche in Italia porta a quotidiane situazioni al limite della tratta degli schiavi.

Se, da un lato, la ratio delle norme proibizionistiche è evidentemente onesta (non a caso il Volstead Act era chiamato il “Noble Experiment”), è altrettanto evidente che lo Stato paternalistico che dice cosa fare e cosa non fare si pone in contrapposizione con la libertà dell’individuo. E, al di là di elucubrazioni sociologiche o psicologiche sull’attrazione umana per ciò di cui è fatto divieto, il proibizionismo in generale affronta le questioni in maniera, se non altro, puerile, con conseguenze a volte devastanti.

Ciò che accade in Mali in questi giorni è emblematico. L’ex “campione della democrazia” dell’Africa, non solo dilaniato da una guerra civile, ma anche teatro di un conflitto in cui è coinvolta, tra gli altri, la Francia, soffre le conseguenze – ebbene sì – delle politiche proibizionistiche europee. Infatti, se è vero che in principio il conflitto è nato da ragioni prettamente legate alla guerra civile in Libia, con Muhammar Gheddafi che, pur di rimanere al potere, aveva armato sino ai denti i Tuareg al confine Sud, è anche vero che oggi il vero nodo della questione – i veri “avversari da battere” – sono le milizie qaediste di Ansar Dine, composte da altri Tuareg islamizzati e combattenti provenienti da altre parti del mondo islamico, i quali le armi le hanno acquistate grazie ai proventi del traffico internazionale di stupefacenti. Traffico che i miliziani controllano da quando negli ultimi anni ha spostato il proprio baricentro dal Niger al Mali.

In una prima fase, i Tuareg raccolti attorno al Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), da soli avevano creato enormi difficoltà all’Esercito di Bamako, tanto da causare il bislacco colpo di Stato del comandante Sanogo. Ma l’alleanza strategica di costoro con i qaedisti, questo “patto col diavolo” con le milizie che all’interno della galassia di Al-Zawahiri assumono il nome di Al-Qaida in Islamic Maghreb, si è dimostrato un colpo al cuore alle speranze fiere (e, probabilmente, legittime) dei Tuareg di ottenere l’autodeterminazione in una zona quasi completamente desertica. Il prezzo di questo stato di guerra totale lo pagano in primo luogo i maliani che, mentre a Sud hanno dovuto subire un putsch militare, a Nord si sono visti imporre la Shari’a nelle aree occupate, in particolare a Gao e Timbuctù.

La schiacciante superiorità e organizzazione di queste milizie, i cui leader usano il pretesto del jihadismo internazionale e il fanatismo dei propri soldati per salvaguardare uno stato di anarchia perenne e continuare a fare affari, ha fatto sì che l’accordo coi Tuareg si rivelasse quasi immediatamente al ribasso per questi ultimi, i quali si sono poi rifiutati di farsi trascinare in un conflitto totale contro Bamako. Oggi il MNLA, infatti, appoggia l’intervento francese. Era troppo per una cultura secolarizzata e matriarcale come quella della maggioranza dei Tuareg l’imposizione della legge islamica e la distruzione dei mausolei di Timbuctu, vere e proprie meraviglie di questa parte dell’Africa che ha accolto l’islam con un proprio particolare sincretismo, comunque rispettoso della dottrina di Maometto.

Il rischio che il Mali divenisse un nuovo Afghanistan (altro Stato che nonostante i provvedimenti di facciata dei talebani era ed è il primo produttore mondiale di oppio), ovvero un centro di addestramento del terrorismo internazionale e un fattore destabilizzante per i propri vicini, ha portato alla Risoluzione 2085 del consiglio di Sicurezza dell’ONU che legittima l’intervento armato che ha intrapreso la Francia assieme alla Nigeria, il Senegal e il Togo di supporto all’Esercito maliano.

Le difficoltà iniziali che sta trovando questa operazione militare devono far riflettere, come deve far riflettere l’eccessiva semplicità del sillogismo per cui se è vero che la presenza di grandi interessi economici legati al traffico illegale di stupefacenti – non degli “yankees” o dei capitalisti occidentali, ma dei nomadi locali – dà possibilità di autofinanziamento agli Ansar al-Dine di turno (ma anche alla criminalità organizzata nostrana), è altrettanto vero che una regolarizzazione domestica della produzione e del consumo possa scardinare questo sistema. In realtà, questa è una condizione necessaria per scardinarlo, ma non sufficiente.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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