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Sbaglia chi asseconda il “giornalismo d’inchiesta” da casellario giudiziale

– Potremmo dare la colpa, ancora una volta, ai meccanismi psicologici di difesa nella lotta per la sopravvivenza politica dopo anni di berlusconismo, ed abusare del solito argomento del disprezzo più amaro nei confronti della legge elettorale. Sta di fatto che l’affievolimento del confine tra lotta politica e scontro giudiziario continua ad essere preoccupante e finisce col riverberarsi fatalmente sulle scelte strategico-elettorali.

Ne è prova il fatto che si possa far carriera con l’iniziativa penale e che non si possa ormai prescindere da una analisi a raggi X delle liste elettorali al solo fine di scovare la strega da ardere sull’altare del giustizialismo.

I codici etici sono un’ottima soluzione, se non si risolvono in vuoti spot elettorali in grado di bruciare anche i candidati più autorevoli ed importanti per significato simbolico e per il bagaglio di istanze ed esperienze che portano al proprio schieramento (dal campo della lotta alla mafia a quello dei diritti civili).

Il Certificato dei carichi pendenti e l’estratto del Casellario Giudiziale diventano, in questa fase politica, addirittura più interessanti dei programmi elettorali. Il primo consiste in una raccolta dei dati relativi ai provvedimenti giudiziari in cui un determinato soggetto riveste lo status di imputato. Il Casellario giudiziale, invece, è l’insieme dei dati relativi a provvedimenti giudiziari e amministrativi riferiti allo stesso soggetto. Tra questi ultimi non rientrano le sentenze di proscioglimento per prescrizione e ancor meno le sentenze di condanna non definitive o già riformate (vale a dire, poste nel nulla nei gradi successivi di giudizio).

A questo punto, occorre dare una risposta chiara e precisa ai tanti giornalisti che utilizzano, come strumento per destrutturare lo schieramento avversario, le sentenze di condanna in primo grado mai confermate in modo irrevocabile: ogni condanna di quel tipo è tamquam non esset, ossia non esiste.
Ecco perché non risultano nel Casellario e nessuno dichiarerà mai di averle subite (non essendo tenuto a farlo!).

Certo non si può pretendere di dismettere tutte le cautele immanenti al sistema penale italiano solo perché esistono archivi giornalistici in grado di scoprire tutti i vecchi articoli riguardanti qualunque candidato. Non si tratta, a ben vedere, di un deficit di trasparenza nel rapporto fiduciario che non può mancare tra colleghi di partito o tra candidati ed elettori, bensì di un diritto alla riservatezza che serve a tutelare l’onorabilità e l’identità stessa di chiunque venga prosciolto dopo una condanna in primo grado e, su queste basi, voglia lavorare per creare una propria immagine diversa, essendo questo un suo diritto che deve indubbiamente essere ritenuto prevalente rispetto all’interesse pubblico a venire a conoscenza del fatto che… non si è accertata, nel merito, la responsabilità penale del soggetto nei tempi consentiti dalla legge.

La menzione della condanna nel Casellario è senza dubbio una pena accessoria, poiché è squalificante e potenzialmente lesiva per tutte le relazioni interpersonali (dunque, anche politiche), e la sua non menzione è un importante beneficio la cui rinunzia non può in nessun modo essere pretesa dal singolo al solo scopo di risultare più “trasparenti” degli altri e, pertanto, degni della fiducia dell’elettore.

Quanto all’istituto della prescrizione, è solo il caso di ribadire che esso estingue il reato ed impedisce al giudice di entrare nel merito dell’accertamento della sua sussistenza, per cui, la sentenza di non doversi procedere non è idonea ad imprimersi nella “storia processuale” di ciascuno, vista la sua irrilevanza. In altre parole, l’immagine di ciascuno non può subire i contraccolpi originati da storie giudiziarie rimaste monche.

Se è vero, dunque, che la prescrizione non può fugare ogni dubbio circa l’innocenza dell’imputato, non si può neppure calare un alone di sospetto sul malcapitato, fino a provocare surrettiziamente a suo danno una demenutio capitis morale o di natura social-mediatica in un caso in cui la legge non si esprime in tal senso.

Quanto al diverso (ma similare) problema dello status di imputato o di persona sottoposta alle indagini, invece, si può fare la scelta politica di presentare “liste pulite” e cioè assolutamente prive di qualsiasi fumus commissi delicti, tanto per inseguire l’elettorato che s’indigna per una foto o per il solo titolo dei giornali. Io non ritengo elettoralmente interessante farsi portavoce di questo target di elettorato, ma si tratta di una scelta rimessa alla sensibilità ed alla discrezionalità di ciascun vertice di partito che deve compilare le liste.

Però non si può ignorare che, in un paese in cui vige l’azione penale obbligatoria, per un imprenditore, per un professionista o per un giornalista può anche essere “normale” imbattersi nella giustizia. Senza che debba scandalizzare l’operato della magistratura, ma nemmeno, a priori, la vita dell’indagato o dell’imputato, finché non si mette la parola fine alla sua vicenda processuale.

Nelle more, la valutazione dell’onorabilità della sua condotta deve essere fatta scendendo nel merito, con una puntuale presa di responsabilità politica da parte di chi compone le liste (rebus sic stantibus), e non attraverso una valutazione aprioristica e rigida, corroborata dal solo timore del fango dei giornali. Certa stampa non può essere assecondata, ma solo combattuta culturalmente e civilmente, con la forza delle idee e dei principi.

Far della politica un giardino segreto di conflitti d’interessi in cui far valere un perenne stato d’eccezione o, peggio ancora, d’illegalità è indubbiamente una patologia. Però, all’opposto, scegliere soggetti privi d’un qualsivoglia interesse o di un collegamento significativo con il territorio non è certo un segno di particolare virtù politica.


Autore: Davide Piancone

Nato in Puglia nel 1985, ha studiato giurisprudenza e conseguito il diploma di SSPL, approfondendo i temi dei diritti fondamentali, immigrazione e commercio internazionale. Fa parte dell'associazione Punto Lib, composta da giovani pugliesi liberali.

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