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“La sposa promessa” di Rama Burshtein: la vita è bella tra gli ebrei ultraortodossi?

– Nei primi minuti della visione di un film, allo spettatore è richiesto uno sforzo per orizzontarsi nella vicenda: per comprendere che relazioni sussistano tra i personaggi principali, quali siano i loro interessi fondamentali, e così via.

Di solito, tale ingresso dello spettatore è agevolato: le informazioni necessarie sono disposte in ordine e ripetute, cosicché lo sforzo di ricognizione resti quasi inavvertito. Ma altre volte no: lo spettatore si ritrova nel mezzo di alcuni spaccati di vita quotidiana, senza che gli sia offerto un aiuto sufficiente per comprenderli e riordinarli al primo colpo d’occhio.

E’ il caso del film israeliano “La sposa promessa” di Rama Burshtein. Certamente la difficoltà di comprensione dello spettatore italiano – una difficoltà del tutto sormontabile, beninteso – deriva dall’ambientazione: il film si svolge in una comunità di ebrei ultraortodossi di Tel Aviv, le cui usanze, la cui mentalità, sono poco conosciute dalla maggioranza del pubblico.

Ma non basta. Il film sembra girato nella convinzione che si tratti di un mondo ingannevole; regolato da rigidi precetti, in obbedienza ai quali le persone sono meno sincere che altrove. E dunque, i loro pensieri e i loro sentimenti vanno decifrati: attraverso un gesto inavvertito o la trasmutazione di uno sguardo.

La vicenda, di per sé, è lineare.
Una ragazza muore dando alla luce un bambino. Suo marito vorrebbe risposarsi con una ragazza che vive in Belgio, dove dovrebbe trasferirsi con il figlio. Ma la suocera, già duramente provata dalla morte della figlia, non sopporta l’idea che il genero e il nipotino la abbandonino. Così, avanza alla figlia minore e al genero, una proposta: perché non si sposano loro due?
La figlia minore, che ha 19 anni, è in effetti già promessa sposa a un ragazzo della sua età. Ma alla fine, dopo alcune resistenze, asseconda il disegno della madre e sposa il cognato.

Se i fatti sono semplici, quasi a ogni passo del racconto si aprono dei dubbi, degli interrogativi, che non hanno una risposta certa: sono affidati all’interpretazione dello spettatore.
Per esempio: la ragazza era davvero innamorata del suo primo pretendente, coetaneo, che sembrava entusiasta di sposare, ma che, in ossequio alla separazione tra uomini e donne (che ancora, a quanto pare, vige tra gli ebrei ultra-ortodossi) non aveva mai potuto liberamente incontrare? Se il matrimonio tra lei e il cognato non fosse stato così ansiosamente voluto dalla madre, tra i due si sarebbero generati un’intesa e un amore spontanei?
Così, quando alla fine i due convolano a nozze, agiscono entrambi per amore, o obbediscono alla pressione della famiglia e all’impegno che hanno finito per assumere di fronte alla comunità?

Da un certo momento del film, sembrerebbe che la ragazza scopra di amare il cognato. Ma nel finale del film – è proprio l’ultima immagine – quando si è conclusa la festa di nozze e i due sposi si ritirano nella camera dove presumibilmente si consumerà il matrimonio, la ragazza si ritrae dal marito e lo guarda come un nemico.

Beninteso, “La sposa promessa” non è per nulla un film di denuncia. Può essere inteso perfino come un film di propaganda a favore di quella comunità. E’ un mondo in cui circola calore umano; il rabbino capo è un vecchio saggio e affettuoso. E nessuno costringe la ragazza a sposare il cognato.

E tuttavia, con finezza, la regista insinua delle critiche sottili a quel sistema di vita. Il complesso di usanze che prevede, appunto, una separazione tra ragazzi e ragazze, per le quali la felicità di una donna sembra dipendere dal matrimonio, e più precisamente dall’iniziativa di un uomo che chieda di sposarla; e i matrimoni sono combinati tra le famiglie e dipendono dal beneplacito del rabbino: ebbene questa pressione, questo condizionamento sociale non soltanto impediscono lo spontaneo sviluppo delle relazioni d’amore. Ma possono creare una grande confusione interiore.

E infatti, nel caso raccontato, la ragazza protagonista fatica a distinguere la voce del proprio libero sentimento dal senso del dovere.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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