– “Ogni volta che chiudono una sala storica mi chiamano per chiedermi un commento e fare l’epitaffio. Mi intristisce, ma ancor più mi rende triste andare in giro per il centro di Roma e trovare sale chiuse dove prima si vedevano i cartelloni dei film e la gente che faceva la fila per entrare … Le sale chiuse sono come occhi sbarrati”.

Parole pronunciate da Giuseppe Tornatore, poche settimane fa, in coincidenza con una protesta dei lavoratori dei cinema del centro che stanno chiudendo, uno dopo l’altro. Un intervento sull’emergenza sale, quello di Tornatore, che potrebbe derubricarsi all’ennesimo grido di allarme. Se a pronunciarlo non fosse un regista che spesso ha voluto raccontare il cinema. Farne il protagonista delle sue storie.
I numeri della crisi delle sale romane, impietosi. Nel corso degli ultimi anni, più di 30 sale chiuse. Tra cui cinema storici per la città, come l’Ariston all’interno dell’ex Galleria Colonna, ora Galleria Sordi, l’Etoile in piazza San Lorenzo in Lucina, l’Augustus in corso Vittorio Emanuele, il Quirinale in via Nazionale, l’America e il Roma a Trastevere. Non è andata meglio a tante sale di quartiere. Solo al Trieste-Salario sono 8 i cinema chiusi finora ai quali se ne vogliono aggiungere altri due, per non parlare di quelli di periferia che sono spariti quasi completamente.

Senza contare che sono in chiusura l’Admiral, l’Ambassade, l’Andromeda, il Gregory e la sala Troisi del circuito Mediaport. Manovre e speculazioni delle immobiliari gravano sui cinema Adriano, Maestoso e molte altre sale. La chiusura dei cinema è il primo step di un progetto che prevede il cambiamento della destinazione d’uso commerciale dei locali per trasformarli in bingo, megastore e fast food. Nel passato recente è già accaduto.

Al Bristol, al Tuscolano, che ha ottenuto le autorizzazioni per la creazione di aree per uffici e per il commercio. Così come all’Impero, in via dell’ Acqua Bullicante al Prenestino. Ancora prima molti cinema romani travolti dalla crisi degli anni Settanta sono stati trasformati. Come il Balduina, nell’ omonima piazza, trasformato in uffici. Il Mondial di viale Libia, in un grande magazzino. Il XXI aprile, in un supermercato. L’Ausonia, dietro piazza Bologna, è diventato una sinagoga. Il Palestrina a Cola di Rienzo, un fast food. Uniche voci fuori dal coro, esempi di premiata buon volontà, le ristrutturazioni del Nuovo Cinema L’Aquila, al Pigneto, e del The Space Cinema Moderno a Piazza della Repubblica. Il primo, sequestrato alla criminalità organizzata, è stato interamente ristrutturato dal Comune di Roma. Il secondo “resuscitato” dalla catena di multisale The Space Cinema.

Anche gli stabilimenti di Cinecittà sono minacciati dalla chiusura. Preambolo della successiva trasformazione in un altro enorme centro commerciale, che si va ad aggiungere al limitrofo Cinecittà2.
Una situazione evidentemente preoccupante. Oltre che dolorosa. Anche a livello personale, considerando che ciascuno di noi ha un proprio cinema del cuore. Un luogo dei ricordi. Una sorta di Nuovo Cinema Paradiso romano.

Tuttavia è innegabile che la questione della progressiva chiusura delle vecchie sale cinematografiche vada affrontata con la necessaria dose di realismo. Perché non può negarsi che la monosala è stata inevitabilmente sopraffatta. Travolta da un mercato, non solo nazionale, che chiede molteplicità di scelta. Nel tentativo di battere la dittatura del piccolo schermo.

Ma l’accettazione di questo mutamento, peraltro di difficile metabolizzazione da parte dei puristi del cinema, non può prescindere da un altro elemento. Cioè dalla necessità che il nuovo status quo sia accompagnato da un’offerta di distribuzione cinematografica all’altezza. Di Roma. Del suo rango e della sua storia.

Ma è impensabile che la Roma dei Grandi Maestri della storia del cinema europeo perda pezzi di sale cinematografiche senza che subentri un adeguato ricambio. Agli inizi dello scorso settembre Massimo Ferrero, proprietario e presidente di Mediaport, dalle colonne del Corriere della Sera, annunciava un impegno imprenditoriale serio e partecipe di questa problematica. Ma al di là dei propositi particolari servirebbe che il problema venisse seguito in tutte le sue declinazioni dal Campidoglio. Dall’assessore alla Cultura, Dino Gasperini. Non si può immaginare una Roma povera di cinema. Sarebbe un autentico nonsenso. Culturale, certo. Ma anche sociale.

Tanti infatti i lavoratori del settore che vedono minacciata la loro occupazione. Proprio per questo non sono mancate le proteste e gli scioperi. Con tanto di lettere inviate alle istituzioni. Finora con scarsi risultati. Come dimostra più di ogni altra circostanza la nascita, nella Città del Cinema, di un altro festival, oltre a quello più noto. Il Macine festival, cioè quello del Cinema chiuso. Che quest’anno tra il 9 e il 17 novembre ha celebrato la sua seconda edizione.

Un progetto d’arte urbana ideato da un eterogeneo gruppo di ricercatori. Osservando la problematica situazione dei tanti cinema dismessi, abbandonati o trasformati in attività commerciali. Partendo da quel vulnus per tentare di agire su più livelli. Attraverso un’azione artistica sul territorio. Ma anche la costruzione di una mappatura, raccolta e pubblicazione di informazioni sulle sale cinematografiche chiuse. Insomma un’operazione che cerca di contrastare quel che a tutti gli effetti si mostra un impoverimento culturale della città.

I cinema, non solo quelli più lussuosi del Centro, ma anche quelli “più familiari” delle aree marginali della Città, sono stati a lungo importanti aggregatori umani. Luoghi di gioiosa condivisione. Si spegnevano le luci ed iniziava la magia. Da allora molte luci, pian piano, non si sono più riaccese. Non soltanto per colpa del digitale e della serrata concorrenza della televisione.

Roma, città del cinema e dei cinema, merita di più. Una buona amministrazione comunale dovrebbe poter assicurare anche questo. Che i settori più rappresentativi della Città non vengano abbandonati a se stessi. Che la smania del presente non cancelli il passato.