– Più volte, in questo avvio di campagna elettorale, è stata avanzata la singolare pretesa del PD di avere diritto ad esprimere il capo del governo, anche qualora non riesca ad ottenere la maggioranza parlamentare in entrambi i rami del Parlamento.

La predetta pretesa si fonderebbe su due distinti capisaldi: uno di etica pubblica e uno politico-costituzionale.
In estrema sintesi, si ritiene che il conseguente sostegno al Governo Monti non possa tradursi in un ulteriore danno politico ed elettorale per il PD, perché ha già rinunciato consapevolmente ad una vittoria elettorale certa in caso di immediate elezioni anticipate.

Inoltre, le prassi elettorali dei principali Paesi europei e occidentali sono orientate nel senso di attribuire l’incarico del Capo del Governo al capo del partito più votato e non a chi prende meno voti, come sembrerebbe volere Casini.

Malgrado la loro apparente linearità, queste argomentazioni non convincono.
In primo luogo, si sostiene che se il centro sinistra, invece di sostenere il Governo Monti, avesse chiesto immediatamente le elezioni anticipate, avrebbe ottenuto un trionfo elettorale.

Dando per scontato ciò che comunque andrebbe dimostrato (la certa vittoria) – visto che anche l’esito di questa campagna elettorale sembrava scontata appena qualche settimana fa e oggi lo è decisamente meno – questo ragionamento è logicamente contraddittorio, nel senso che se il sostegno al Governo Monti era una necessità ineludibile, non si vede come ci si sarebbe potuti comportare diversamente, almeno per un partito che vuole essere (e obiettivamente è) una responsabile forza di governo.

Inoltre, questa posizione andrebbe integrata con l’indicazione delle modalità con le quali la coalizione di centro sinistra avrebbe risolto l’emergenza finanziaria, senza frantumarsi. Infatti, va ricordato che, in caso di immediate elezioni anticipate, il centro sinistra avrebbe con molta probabilità riproposto l’alleanza della foto di Vasto, poiché ancora non si era compiuta la definitiva rottura con l’IDV, maturata anche per la diversa posizione parlamentare sul governo Monti tenuta da quest’ultima (che, per inciso, sarebbe stata la stessa di SEL).

In verità, tutte le forze politiche che hanno sostenuto il Governo Monti possono ora incassare un dividendo politico generoso: svolgere una campagna elettorale senza l’ingombrante presenza del rischio default, senza pagare lo scotto dell’impopolarità delle misure adottate.

Vi è poi l’argomentazione politico-costituzionale. Come detto, la comparazione coi principali modelli di riferimento evidenzierebbe una prassi in cui chi vince, governa. E ciò varrebbe anche nell’ipotesi in cui si abbia soltanto la maggioranza relativa. Ad esempio, nelle ultime elezioni inglesi, l’incarico di premier è stato assegnato al leader del partito che ha avuto la maggioranza relativa. In Francia, il PS esprime il Presidente della Repubblica con una minore forza elettorale di quella che i sondaggi attribuiscono al centro sinistra.

Ma questi esempi sono un’obiettiva forzatura.
L’esistenza di un doppio turno non è un meccanismo politicamente neutro. In particolare, un ipotetico secondo turno italiano oggi potrebbe avvantaggiare il centro sinistra non per la sua vitalità elettorale, dato che non sembra sfondare al di fuori del suo tradizionale bacino, ma perché potrebbe contare sul sostegno delle altre coalizioni: ma anche in Francia questo non è un evento senza conseguenze politiche.

Il caso inglese è ancora più singolare perché si dimentica di considerare che:
– anche nella bipartitica Inghilterra, un risultato elettorale nel quale emerge una terza forza parlamentare significativa comporta un governo di coalizione, che muta l’assetto della compagine ministeriale e dunque anche l’indirizzo politico generale;
Bersani è già il candidato di una coalizione potenzialmente autonoma; quindi, il mancato conseguimento della maggioranza piena non è un evento politicamente irrilevante, soprattutto se si considera che la netta maggioranza alla Camera sarebbe spropositata rispetto alla sua probabile consistenza elettorale, che alla fine potrebbe oscillare tra il 35-40%.

Pertanto, è scontato che se la coalizione di centro sinistra non consegue una piena ed autonoma maggioranza ha davanti a sé soltanto due strade: il ritorno alle urne o la ricerca di una diversa e più ampia maggioranza parlamentare.

In quest’ultimo caso, non si può pretendere che l’eventuale futuro alleato di governo (si badi bene, chiunque esso sia) si limiti a dare cavallerescamente un voto di fiducia acritico, ma si deve accettare l’idea che programma e squadra di governo siano decise insieme, soprattutto se il contributo dell’alleato risultasse elettoralmente decisivo.
D’altronde, non è tecnicamente impossibile avere una maggioranza piena, malgrado il porcellum: bisogna solo sapere attrarre consenso e le ultime primarie del PD hanno dimostrato che è una sfida alla sua portata, purché imbocchi decisamente la via di un moderno e pragmatico riformismo.

Se invece continua a devitalizzare o allontanare ogni istanza endogena di rinnovamento, non bisogna poi sorprendersi, se la sola speranza di vincere è competere senza avversari.