– I mirabili progressi delle telecomunicazioni e delle tecnologie digitali hanno nel tempo rivoluzionato le nostre vite e contribuito a renderle più comode, come è ormai evidente a molti.
È altrettanto evidente che il potenziale rimane elevato. L’informatizzazione dell’amministrazione pubblica promette procedure più veloci ed efficienti, informazioni più abbondanti e facilmente reperibili sia da parte dei cittadini che degli uffici pubblici.

Proprio per questo, negli ultimi dieci o vent’anni, ministri e parlamentari si sono prodigati nella proposizione di norme e agende che fanno leva sull’informatizzazione e la digitalizzazione dell’attività amministrativa.
Diciamolo: il legislatore moderno ama gigioneggiare con termini come “banca dati” o meglio ancora “sistema informativo”. Danno l’idea di un’amministrazione che riesce a raccogliere, gestire, elaborare e tener sotto controllo i dati e i fatti rilevanti per il perseguimento di finalità pubblicistiche.

A volte si eccede in tal senso. Maurizio Leo, presidente dell’anagrafe tributaria, ha contato ben 129 banche dati in mano all’amministrazione pubblica. Ci sono buoni motivi per credere che si tratti di una stima conservativa con riguardo specifico alle amministrazioni finanziarie. Altre centinaia di banche dati potrebbero contarsi negli altri comparti del settore pubblico.

La proliferazione delle banche dati pone tre problemi fondamentali.
Il primo riguarda la difficoltà nel mettere a fattor comune i dati raccolti. Informazioni eterogenee, una ridotta interscambiabilità e una limitata interoperabilità tra le banche dati esistenti precludono l’ottimizzazione nella gestione dei dati raccolti in ciascuna banca dati. Questo ha un riflesso sulla mole di adempimenti in capo agli amministrati, chiamati a fornire, in forme diverse, informazioni simili tra loro e relative a medesimi dati, fatti e operazioni compiute.

Un secondo problema riguarda l’ipertrofia legislativa che spesso manca gli obiettivi di semplificazione amministrativa producendo effetti contrari a quelli desiderati. La realizzazione di poche banche dati digitali complete ed esaurienti consente di ridurre le code agli uffici pubblici. Il mancato coordinamento tra le finalità puntualmente perseguite dal legislatore attraverso l’istituzione di una banca dati porta ad estendere una rete informatica pubblica policentrica, i singoli sistemi informativi da alimentare con l’invio di dati e informazioni costringono i governati a seguire procedure più lunghe e farraginose.

Poche banche dati esaustive e accessibili da più amministrazioni consentirebbero una riduzione dei costioperativi di famiglie e imprese chiamate a fornire informazioni relative ai contratti stipulati, degli acquisti fatti, delle entrate riscosse etc. Gli scambi di informazioni tra amministratori e amministrati sottendono dei costi per entrambi. Il legislatore dovrebbe tenerne conto nel disegnare il sistema di raccolta e gestione di questi dati.

Un ultimo aspetto riguarda la stabilità e la chiarezza del diritto. Per avere un quadro chiaro della disciplina data alla banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita nel 2006, a cui è stata affiancata lo scorso dicembre l’anagrafe unica delle stazioni appaltanti, occorre scorrere le disposizioni contenute in 13 atti con forza di legge. La frammentazione della normativa e i continui aggiustamenti alla disciplina stabilita dal legislatore rendono ancor più onerosa l’attuazione degli adempimenti da parte dei soggetti interessati.

E allora, si può ancora parlare di semplificazione?