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Prendete e twittatene tutti. Ma attenti alla credibilità

– Amici. Darei un consiglio a chi in questi giorni sta comunicando di politica… agli amici che si candidano… ai colleghi che osservano… ai giornalisti.

Lo schianto del principio di credibilità è visibile online e in Twitter.
Per favore, non fatevi fregare dal narciso. Non fatevi irrimediabilmente fregare dal trendismo, dal ritmo, dal ludico a tutti i costi, dall’insopprimibile voglia di ironizzare a tutti i costi quando avete la comicità di un criceto sulla ruota, dall’inconscio desiderio di rimorchiare a destra e a manca purché respirino e con la politica funziona sempre, dall’incontenibile voglia di far vedere il vostro presunto ipotetico potere sociale, dalla voglia di far capire che conoscete le persone giuste e che i vostri @ son quelli giusti e che i vostri # son quelli cool.

La politica non si fa così, così vi date solo e semplicemente degli sfigati, sprovveduti, dei parvenu del pensiero, degli Zoolander della comunicazione – sì, vero, parlate di politica ma come? In che modo? Vi leggete tra di voi, vero. Ma vi leggono anche gli altri. I vostri follower. Quelli che vi ammirano, che amano la vostra faciloneria da gran battage tastieristico, ma anche quelli che, poverini, da voi vorrebbero qualche informazione, qualche riflessione, qualche pezzetto di cervello, qualche indicazione, qualche suggestione, uno straccio di spunto qualsiasi, e non solo e semplicemente un drammatico insopportabile onnipervasivo sottotesto di cazzeggio allo stato puro.

Si vorrebbe, nei vostri tweet, leggere qualcosa che sia più interessante di un pezzo Vanity Fair da leggere in 4’32” al bagno. E sennò perché seguirvi.
Se si discute di Master Chef va bene tutto, ma se si vuole comunicare di politica facciamo una scelta.

Su Twitter troviamo lunghi autocelebrativi scambi di analisi politica che sembrano usciti non tanto da un algoritmo di una nuova formula della sintesi del pensiero, ma da un catalogo di minchionerie autoreferenziali che servono ad attestare l’auto-appartenenza ad una presunta neo elite sociale che si ritualizza in codici propri, narcisistici, auto-testamentari.

Si sparano sentenze con la facilità dei vuoti a perdere, e la presunzione di chi in nome di una supposta alta intelligenza può permettersi il lusso di far finta che tutto sia riducibile a gadget di verità, sparata lì, con il fascino di un hic et nunc non pensato e superficiale che però fa tanto figo… simpatico…sveglio… trendy… e canalizza l’ascolto.

I tweet non sono “fatti” e non sono notizie, ma poi vengono assunti in quanto tali. Sette decimi dei tweet pubblicati, anche di quelli che dovrebbero avere una funzione di diacronico racconto di un fatto, sono, implicitamente e subconsciamente, espressi come autorappresentazione della propria immagine e non come analisi di un fatto terzo. Nella maggior parte dell’attuale comunicazione politica italiana Twitter è adoperato come collante identitario tra gruppi e sottogruppi, e non tanto come servizio all’emersione di qualcosa o di un qualche contenuto.

Pochi usano Twitter per comunicare pensiero, altri, molti, lo usano per comunicare mood psicologici, ossia, la propria indefinibile ed indefinita immagine – ciò che subconsciamente si vorrebbe porre di sé al mondo ed alla comunità che conta.

E c’è chi ci casca. Mi sento dire che quella o quell’altra cosa è “un fatto” perché è stata letta su Twitter.
Se 140 caratteri sono un circolo ermeneutico va benissimo, ma se vengono confusi per “fonti” politiche, sociali, giornalistiche, allora siamo nei guai.
Per essere fonte il dato va vagliato, Twitter è un medium nel quale il vaglio non è permesso se non nella logica della non attendibilità, cioè, non vagliabilità. E’ flusso. Ma è questo il problema. La non attendibilità è ciò di cui andiamo alla ricerca.

Vogliamo una comunicazione che per la prima volta possa essere metafora della nostra inconscia irrisolvibilità interiore, dinamica. Twitter è puro movimento, ergo, è l’inverso della speculazione. E’ un grande medium, ma è quello che è. Per adesso espressione di una élite che si stende i panni da una terrazza di potere all’altro, con altri che stanno a lì a guardare col cannocchiale ed a sperare di poter intrecciare i loro propri panni con quelli degli attici.

Poi c’è chi Twitter lo usa in altro modo, in termini che potremmo definire “istituzionali”. Tweet come informazione da offrire alla comunità, agli interessati, agli elettori. E’ un modo culturalmente credibile e mediaticamente sghembo. Credibile perché fissa il dato e lo veicola, sghembo perché adopera in termini moderni un medium della contemporaneità, a fini di servizio. E’ come sgasare su di una moto in garage – è il medium che non può liberarsi, ma che offre una nuova linfa di informazioni.

E poi ci sono quelli come Alemanno, che usano i tweet per scrivere (1): “la sinistra romana prega e porta sfiga perché nevichi, non sanno a cosa attaccarsi” e (2): “la vostra faziosità è atmosferica, non nevica, cretini”.

Anni fa, per chi si trovava a insegnare come astruse quali massmediologia e apparentate, si presentava all’orizzonte il tema dell’overload informativo. Con le nuove tecnologie ed i nuovi media dinamici e trasformativi cambiava la qualità del dato e dell’informazione. La comunicazione passava da lineare a gassosa. Flussi osmotici in interrelazione continua di input, fatti e fattoidi, caoticità, ibridazioni, proteiformità.

Il punto d’arrivo ancora non c’è. Ma c’è uno scenario. È l’orizzonte della tempesta psico-testuale. Segni e segnali che si intrecciano a dismisura, che determinano generi infiniti della comunicazione, transegeneri.
Un tempo vi era la complessità che veniva dialogizzata dall’analisi e dalla messa in discorso lineare. Oggi la complessità è, invece, raccontata dalla complessità testuale. Il caos che analogicamente racconta il caos. Filosoficamente non fa una grinza. Ma si pone un problema. Se tutto ciò diventa discorso politico si perdono i cardini della credibilità. La credibilità è il dono della distanza, della comprensione di sistema, della capacità di discernimento ed organizzazione del pensiero. Il tumulto della comunicazione tumultuosa racconta perfettamente l’agitazione emotiva del presente, ma solo quello.

Quindi. Cari amici politici, analisti, giornalisti, aspiranti, e fan.
Se scrivete di politica, ora, sotto le elezioni, basta cazzeggio, grazie. Fateci capire. Sennò scrivete di Master Chef, che forse è più consono.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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