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Parliamo del conflitto d’interessi. Dei magistrati in politica

– Ogni anno ne salta fuori uno diverso che imperversa per i talk show. Se Di Pietro ha aperto le danze dopo l’inchiesta di Mani Pulite è stata poi la volta di De Magistris ed ora è il momento di Antonio Ingroia. La famiglia dei magistrati che amano dare spettacolo fuori dalle aule giudiziarie è sempre più numerosa, tanto che c’è cascato anche un personaggio stimato come Piero Grasso.

I pubblici ministeri esercitano tuttavia un potere dello Stato(quello requirente) che è non solo sancito dalla Costituzione, ma è anche straordinariamente sensibile tanto perché capace di incidere sulla reputazione e la libertà degli uomini, quanto perché si iscrive completamente nel novero delle funzioni del potere giudiziario, che nelle liberal-democrazie è per principio separato da quello legislativo ed esecutivo.

E’ ammissibile che un procuratore apra un’inchiesta, frequenti comizi politici, manifestazioni, televisioni nelle quali conduce battaglie politiche che si legano inesorabilmente allo svolgimento della sua professione? No, non è ammissibile almeno quanto non lo è il conflitto d’interesse di Silvio Berlusconi. Tuttavia come quest’ultimo, i pubblici ministeri d’assalto e con ambizione politica si sentono legittimati a strumentalizzare la propria funzione costituzionale in termini politici per la mancanza di una reale regolamentazione. Regole che se esistessero impedirebbero allo stesso Ingroia di candidarsi dopo aver fatto un tour televisivo che dura da anni e aver professato la propria fede politica pubblicamente e soprattutto attivamente.

Fedeli alle lezioni di John Locke, Alexis de Tocqueville e Benjamin Constant riteniamo che, visto che lo Stato è l’arbitro nelle attività dei cittadini, allora esso è maggiore garanzia di libertà quando i suoi poteri sono rigidamente separati ed il più possibile scevri da condizionamenti reciproci. E’ una lezione questa che resta spesso indigesta ai tanti auto proclamati alfieri della legalità che scorrazzano per la penisola. Tuttavia esisteva un disegno di legge che è stato presentato al Senato la scorsa legislatura dal quale sembra possibile poter ricavare delle buone norme.

ll testo prevede che i magistrati non possano candidarsi se hanno lavorato negli ultimi due anni prima della data della presentazione delle liste nel collegio in cui intendono correre. Per i giudici di pace il limite è un anno. I magistrati, inoltre, secondo la proposta dei relatori, non possono diventare ministri, viceministri o sottosegretari se non sono in aspettativa. Norme stringenti anche per la fase post-elezioni. Se il magistrato non viene eletto può tornare a fare il pm o il giudice ma per 3 anni non può esercitare le sue funzioni nel collegio nel quale ha corso.

In caso venga eletto, invece, non può più tornare a far parte della magistratura di provenienza ma, se non ha maturato l’età per la pensione (per la quale può comunque riscattare fino a cinque anni) gli si aprono le porte dell’Avvocatura dello Stato o del Consiglio di Stato. Lo stesso destino che tocca ai magistrati che vengono nominati ministri, vice ministri o sottosegretari o anche capi di gabinetto di un ministro.

Le porte dell’Avvocatura o del Consiglio di Stato si aprirebbero, qualora la norma passasse, anche ai molti magistrati che sono in questo momento parlamentari. I senatori Casson e Sarro propongono, infatti, nelle norme transitorie del loro testo, che una volta cessata la legislatura le toghe già elette possano tornare al loro incarico ma con il vincolo di esercizio di funzioni collegiali per almeno 5 anni ma possano anche essere ricollocati all’Avvocatura, al Consiglio di Stato o alla Corte dei Conti. Possono altrimenti andare in pensione e sempre con la possibilità di riscatto fino a 5 anni di servizio.

Il problema di una riforma come questa è che il Porcellum tende a neutralizzarla, perchè esso disarticola facilmente le incompatibilità da essa previste su base collegiale, in quanto le liste bloccate consentono di paracadutare i magistrati candidati lontano dal luogo dove hanno esercitato l’ufficio senza con ciò comprometterne le chances di elezione. C’è poi un limite di fondo dell’intero impianto normativo illustrato, che prescinde dal Porcellum: quando si è magistrati conosciuti al livello nazionale grazie ai media, anche ammettendo una legge elettorale a base collegiale, cosa cambia essere candidati nel collegio nel quale si esercita la propria giurisdizione o in uno diverso?

Un modo per disincentivare l’utilizzo della funzione magistratuale per finalità di costruzione di carriere politiche ci sembra quello per cui la legge elettorale, qualunque essa sia, imponga ai magistrati astenutisi per finalità elettorali secondo il meccansmo del ddl Casson-Sarro, di candidarsi esattamente  nelle circoscrizioni o regioni dove si sono astenuti dall’esercizio della funzione. In questo modo si farebbe salvo il diritto costituzionale all’elettorato passivo dei magistrati, subordinandolo ad una scelta dello stesso magistrato che sia seria, cogente, definitiva e rischiosa. Insomma, una volta posti gli obblighi congiunti  di astenersi dalla funzione e di candidarsi nel luogo in cui da due anni non si esercitano più i propri poteri (giudicanti o requirenti), nessun giudice attivo potrebbe attivamente prendere parte al dibattito politico nazionale. Senza il paracadute di poter essere catapultato in un collegio/circoscrizione diversa, si complicherebbe la vita agli avventurieri come quelli che nell’ultimo ventennio hanno costruito carriere e partiti politici mentre vestivano la toga, ma non si impedirebbe a chi è seriamente intenzionato a mettersi in gioco, a proprio rischio e pericolo, di contribuire all’indirizzo politico nazionale. La democrazia dispensa, insieme ai diritti, anche i doveri, che sono da intendersi particolarmente stringenti soprattutto per coloro i quali, dentro il sistema di istituzioni democratiche del Paese, esercitano rilevanti poteri.

Se Ingroia fosse in regime di astensione da due anni le sue velleità politiche si sarebbero già sgonfiate da un pezzo, a meno che non lo si ritenga particolarmente bravo a fare politica senza paracadute tanto quanto è stato bravo a farla dal piedistallo della procura di Palermo. Francamente, non ci pare questo il caso.


Autore: Lorenzo Castellani e Lucio Scudiero

Lorenzo Castellani: Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario, fondato il network studentesco LUISS APP ed è tra i responsabili nazionali degli universitari di FLI. Liberale e liberista fin dalla più tenera età sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva.---------------------------------------------------------------------------------------- Lucio Scudiero: Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia l'intersezione tra economia e diritto, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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