In tanti, nel mondo, si chiedono: “Abbiamo perso la guerra alla droga?”

Have we lost the war on drugs? s’interroga il Wall Street Journal.

Abbiamo perso la guerra alla droga? Un interrogativo sempre più stringente, sempre più condiviso, sempre più presente nel dibattito politico e sociale in tutto il mondo.

Se fino a qualche anno fa mostrare qualche dubbio sulle magnifiche sorti e progressive di questa battaglia era considerato sconveniente, sgradevole e fuori luogo, ora pare che, a tutti i livelli, il tabù stia cadendo, forse perché il fallimento è ormai, anche dai numeri, tristemente evidente.
C’è la crisi, signora mia: non ci possiamo più permettere di spendere parecchi miliardi all’anno per combattere tutti i mostri e le distorsioni che il proibizionismo genera. Soprattutto se poi, nei fatti, quel proibizionismo si dimostra tanto costoso quanto inefficace, dato che le forze sono evidentemente impari. Un effetto secondario da non trascurare, poi, è che leggi più aspre sul possesso e sul commercio di droghe generano un rialzo dei prezzi, quindi maggiori profitti per chi ne controlla il mercato (clandestino e pericoloso): le conseguenze sono drammatiche, come evidenzia l’articolo del WSJ linkato all’inizio, con bande criminali sempre più armate e irriducibili, e sempre più “attraenti” per i giovani delle periferie e delle etnie più disagiate, conquistati dalla prospettiva di fare tanti soldi in poco tempo.

Anche senza volerci spingere tanto lontano da affermare che legalizzando le droghe, almeno quelle leggere, si risanerebbero i bilanci pubblici, continuiamo a ritenere che i costi sociali della guerra alla droga (come d’altronde quelli di ogni guerra intrapresa da chi non conosce bene le proprie possibilità e sottostima la forza del nemico) abbiano da tempo sopravanzato i costi sociali, veri e presunti, del consumo di stupefacenti e delle patologie correlate.

La gente continua a drogarsi esattamente come se non fosse proibito, e le patologie da curare, per i servizi sanitari, restano le stesse, con gli stessi costi; ci si aggiungono, però, tutti i costi delle operazioni di polizia e delle detenzioni (come dimostra il grafico qui sotto, negli USA i carcerati per reati legati alla droga sono aumentati vertiginosamente dagli anni ’80 ad oggi, e così i costi correlati).

Non ci dilunghiamo più di tanto in quest’occasione, dato che su Libertiamo si è spesso scritto di questo argomento (anche qui, qui, qui e qui), auspicando che, anche in Italia, si rivedessero in senso più ragionevole e meno ottusamente proibizionista le leggi sulla droga (compresa la famigerata Fini-Giovanardi, che a parere di chi scrive non fa molto onore a chi le ha dato il nome): abbiamo pubblicato, solo poco più di un mese fa, un approfonditissimo studio in due puntate sulla situazione negli USA e sull’epocale risultato, in alcuni stati, di un referendum che ha portato alla legalizzazione della cannabis.

Forse ciò che non ha potuto l’ideologia potrà l’economia; forse qualcuno si deciderà a ricordare la fallimentare storia del proibizionismo negli USA degli anni ’20 e ’30, e a trarne l’ovvia lezione; forse questa crisi a livello globale aiuterà i nostri governanti a capire l’inutilità delle operazioni poliziesche di parata e l’utilità di legalizzare un commercio che, in cinquant’anni di pomposi proclami di “guerra”, non si è riusciti a eliminare.

Noi, come al solito, proprio perché crediamo nella legalità come presupposto indispensabile della vita civile, ce lo auguriamo.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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