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Le parole della politica. 1/Centro

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

È vero: le parole della politica non sono solo le maschere e gli slogan del carnevale elettorale. Sono in sé un contenuto e un materiale egemonico, strategico ed efficace nel discorso pubblico e la discussione politico-mediatica ne ordina e muta i significati, i quali in realtà non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico, convenzionale, relativo.

Come ha più volte sottolineato e ricordato una grecista come Monica Centanni dire le parole giuste e opportune – tà kàiria léghein – non è una massima scolastica ma, semmai, è la prima consapevolezza teorica della politica in Occidente. Queste parole sono il primo verso di una tragedia, la più politica delle tragedie di Eschilo, i Sette contro Tebe, in cui non a caso Eteocle, il governante della città, il politico, si pone proprio questo problema preliminare ed essenziale: trovare le parole opportune e, a colpi di parole, difendere la città dell’attacco che il nemico muove. Il governante, insomma, come il timoniere di una nave, deve saper afferrare l’istante e sulla cresta del frangente si esercita la sua dote di capacità linguistica e di prudenza. Politica, in altre parole, è da sempre il parlare bene, il parlare in modo opportuno, parlare filologicamente.

È quindi urgente recuperare questa modalità greca (occidentale) di pensare e di mettere politicamente il pensiero in forma di parole giuste, proprio oggi che siamo bombardati ed egemonizzati da parole sbagliate, inopportune, fuorvianti. Il rumore di fondo mediatico dell’antipolitica trasversale è oggi una vera e propria strategia retorica che consiste nel far passare “brutte parole” per confondere la dialettica in corso. In maniera che intanto le parole “sbagliate” passano, diventano lecite e verosimili, significative e plausibili.

E cominciamo con il primo termine equivoco: il “centro”, con tanto di derivazioni quali “centrismo” e “centristi”. Un termine che è egemone in maniera assoluta solo in Italia e per via dell’anomalia successiva al 1945, di fronte a una situazione internazionale che escludeva dall’esercizio del potere la sinistra, in quanto collegata e collegabile all’Urss, e chi si era collocato in parlamento a destra in quanto erede del fascismo.

Il centro veniva concepito come il solo luogo d’incrocio dei soggetti e degli interessi legittimati a governare. E che la forza politica che ne occupava simbolicamente lo spazio, la Dc, fosse in realtà un contenitore elettorale di pulsioni, interessi, rappresentazioni, paure, continuismi sia conservatori che progressisti veniva mascherato dalla retorica del votare Scudo crociato per evitare la minaccia dei due autoritarismi fascista e comunista. Ma la natura profonda della Dc era complessa e anche contraddittoria.

Un partito di conservatori – annotava Giuseppe Prezzolini – che si camuffa da partito di sinistra…”. Lo stesso suo primo leader, Alcide De Gasperi, ne parlava come di un partito di centro che guardava a sinistra anche se – come tutti gli osservatori hanno poi sempre osservato – prendeva la stragrande maggioranza dei suoi voti da destra in nome della paura del comunismo. C’erano nel suo elettorato più che nel suo ceto politico-parlamentare ampi, ampissimi, strati reazionari e di estrema destra così come esistevano al suo interno pulsioni e tentazioni progressiste e di sinistra. E se questo è stato storicamente in Italia il centro dal 1948 al 1993, non è che nella fase successiva le cose si siano chiarite.

Quando la Dc è deflagrata – anche a causa della caduta del Muro di Berlino e della fine dell’equilibrio internazionale che ne garantiva il potere – la parola centro è solo servita equivocamente per legittimare le forze, collocate a destra o a sinistra, che stavano emergendo sul piano bipolare. Centro(destra) e centro(sinistra) al posto di quelle contrapposizioni legittime che in tutto il mondo mettono a confronto liberaldemocratici vs socialdemocratici, laburisti vs conservatori, democratici vs repubblicani, popolari vs socialisti, destra vs sinistra.

Contrapposizioni legittime e naturali in quanto la politica è sempre definizione chiara del conflitto, civilizzazione del conflitto, confronto tra due possibili opzioni. In Italia no, senza la percezione che i poli fossero contaminati da una presenza egemonica del centro questa dinamica non veniva presentata neanche come possibile. Cadendo così tutti nella trappola egemonica di cui parlava Massimo Cacciari una trentina d’anni fa, quando sosteneva che la delegittimazione reciproca tra la sinistra e la destra finiva solo per far ricadere tutto nella gravitazione nel cosiddetto centro.

Il paradosso finale è che l’uso del termine centro continua a venire utilizzato dai media (condizionando anche chi vi si trova collocato nonostante le sue dichiarazioni pubbliche contrarie) anche nel nuovo scenario post-berlusconiano. Con il risultato di disegnare così la dialettica politica come se fosse lo sconto tra il centrosinistra di Bersani (e Vendola) e il centrodestra (di Berlusconi, Storace, Maroni e La Russa) finendo per annacquare in un centro residuale chi invece si propone con la volontà di superare questo schema e magari contestare il populismo e le contraddizioni degli altri due schieramenti.

La soluzione ci sarebbe e passa, secondo noi, nel rifiutare pubblicamente la definizione. Se tutti si dichiarano, in fondo, di centro la posizione di centro non esiste di fatto. Aboliamone l’uso e ricorriamo ad altri termini: riformatori vs conservatori, innovatori vs populisti, modernizzatori vs custodi dei recinti ideologici.

Twitter @lanna_luciano


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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