Categorized | Il mondo e noi

La Francia costretta a entrare in guerra (non solo in Mali) contro l’integralismo islamico

– La guerra civile del Mali può essere vista come un drammatico quanto imprevisto effetto collaterale della guerra libica.

I ribelli del Nord, prevalentemente tuareg, erano alleati di Gheddafi. Dal dittatore hanno ricevuto soldi, armi e addestramento. Nel 2011 hanno potuto maturare un’esperienza di guerra vera nei deserti libici, formare loro quadri di veterani e tornare nel Paese d’origine più agguerriti che mai.

L’altra parte in lotta nel conflitto libico, quella dei miliziani di Al Qaeda, ha avuto modo di conquistare armi, fare reclute e intensificare i contatti in tutta la regione del Sahara. Prima del 2011 si parlava poco di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi), se non per alcuni rapimenti di occidentali o per la sospensione della Parigi-Dakar in seguito a minacce di attentati. Dopo il conflitto libico del 2011, Aqmi è diventata una forza militare. Era in cerca di un suo rifugio. E quel rifugio lo ha trovato in Mali. Perché, nel frattempo, la situazione nel grande Paese africano occidentale era diventata esplosiva.
I loro ex nemici tuareg, nelle regioni desertiche del Nord, tenevano testa e infliggevano gravi perdite all’esercito regolare. Esasperati dall’inerzia del governo e dalla carenza di equipaggiamento, ufficiali maliani, guidati dal capitano Amadou Sanogo, presero il potere nel marzo del 2012, scacciando il presidente Amadou Toumani Touré. Invece che riportare l’ordine, il golpe causò, poco dopo, la secessione del Nord. Che, nell’aprile successivo proclamò l’indipendenza. Nacque un nuovo Stato, chiamato Azawad. Inizialmente doveva essere una repubblica estranea all’influenza islamica radicale. I tuareg negavano l’esistenza di qualsiasi alleanza con i gruppi legati ad Aqmi.

Ma, rapidamente e silenziosamente, l’Azawad si è trasformato in un piccolo emirato integralista, simile in tutto e per tutto all’Afghanistan dei Talebani, anche nei metodi brutali di governo e negli atti di vandalismo simbolico. La devastazione della moschea di Timbuktu, patrimonio mondiale dell’Unesco, è paragonabile alla demolizione dei Buddha di Bamiyan. La locale milizia fondamentalista, Ansar Dine, alleata locale di Aqmi, si è distinta per una totale intolleranza e per l’applicazione più rigorosa della legge coranica sunnita. La repressione religiosa e il terrore scatenato dalle milizie hanno spinto mezzo milione di maliani a lasciare le loro case e fuggire nel Sud.

L’intervento francese è iniziato a maturare da allora. Ma si è cercato di evitarlo in tutti i modi. Il neoeletto presidente François Hollande non aveva alcuna intenzione di mandare truppe. In un primo momento avrebbe preferito rimanere in seconda fila, lasciando gestire la questione all’organizzazione regionale locale, l’Ecowas. La crisi è peggiorata l’11 settembre scorso: i terroristi che hanno attaccato il consolato americano a Bengasi (assassinando l’ambasciatore Christopher Stevens) venivano proprio dal Mali.

L’incendio islamista intanto si spargeva anche nella vicina Nigeria, dove si moltiplicavano gli attacchi contro i cristiani. Anche in questo caso, la locale emanazione di Al Qaeda, Boko Haram, è alleata ideologicamente con Ansar Dine. Sia l’una che l’altra organizzazione beneficiano del traffico di armi trafugate dalla Libia. A ottobre l’Ecowas iniziava a discutere piani di intervento, con il patrocinio di Usa e Francia. Fino a dicembre la via diplomatica era quella favorita e già si prevedeva un cessate-il-fuoco (stipulato, effettivamente il 20 dicembre) e il successivo dispiegamento di una forza di peacekeeping dei caschi blu.

La tregua, però, non ha retto. A causa di Ansar Dine, che non ha mai creduto nella tregua. E a causa delle turbolenze scoppiate ancora nel Mali del Sud. La giunta militare di Amadou Sanogo, infatti, aveva lasciato il posto a un governo civile (guidato dal premier Cheick Modibo Diarra e dal presidente Dioncounda Triaoré), tenendolo sotto stretta sorveglianza. L’11 dicembre scorso la giunta è intervenuta di nuovo, rovesciando il premier Diarra. Quest’ultimo, presidente di Microsoft Africa, era favorevole all’intervento internazionale. I militari erano fortemente contrari. Dunque, alla fine del 2012 il Mali si è trovato di nuovo ad essere diviso tra un Sud governato da un esecutivo (questa volta guidato da Django Sissoko) in ostaggio dei militari e un Nord dominato dalle milizie islamiste. Le condizioni perfette per lo scoppio di una guerra civile. E così è stato. Gli islamisti hanno iniziato ad invadere il Sud del Mali, espugnando una città centrale, Konna e minacciando da vicino la stessa capitale, Bamako.

Il presidente Traoré ha ordinato la mobilitazione generale e chiesto l’intervento dell’ex padrone coloniale: la Francia. I militari maliani (pur contrari a un intervento internazionale) hanno dovuto accettare il fatto compiuto. Hollande, benché riluttante, non ha potuto far altro che mandare le truppe in difesa di un alleato minacciato. I primi ad intervenire sono stati gli uomini del 2° Reggimento di Fanteria di Marina, a protezione della capitale Bamako. Poi si sono uniti gli uomini della Legione Straniera (dal vicino Ciad), e altre unità della fanteria di marina sono arrivate di rinforzo dalla Francia. I cacciabombardieri Mirage e Rafale, gli elicotteri Gazelle e Tiger hanno iniziato a bombardare da sabato le postazioni degli islamisti.

Ma la guerra non sembra doversi esaurire con qualche bomba. Tanto per cominciare i miliziani di Ansar Dine si sono subito dimostrati abbastanza ben armati e addestrati da abbattere un elicottero (il cui pilota è il primo caduto francese in guerra) sopra Konna. E, nonostante i raid aerei, la città è ancora nelle loro mani. Di più: con un contrattacco a sorpresa, gli jihadisti hanno espugnato anche un’altra città, Diabaly. I francesi, che attualmente schierano sul campo 750 uomini, ne manderanno altri 1700. I Paesi africani dell’Ecowas hanno annunciato l’invio di 3000 soldati. Gli Stati Uniti stanno ben attenti a non intervenire con loro truppe di terra, ma hanno promesso alla Francia l’invio di aerei da trasporto e droni per l’attacco al suolo.

Al di là del ruolo secondario degli alleati, quella del Mali è già diventata una guerra francese. Parigi deve affrontare Al Qaeda, con tutti i rischi che ciò comporta: già fioccano le minacce di attentati contro i cittadini dell’Esagono. Hollande è costretto a ridefinire la politica in Africa. Finora la Francia, nel Continente Nero, ha giocato con la mano pesante, ma in modo estremamente incoerente. Combattendo contro Gheddafi nel 2011, ha finito per potenziare le milizie islamiche che ora deve combattere nel Mali. Anche l’altro intervento di Sarkozy (meno noto) del 2011, quello contro il presidente Gbagbo in Costa d’Avorio, ha finito per incoraggiare la fazione più filo-islamica.

Adesso i francesi si trovano a dover affrontare un nuovo Afghanistan incastonato nell’Africa occidentale. E già devono combattere, da tempo, anche su un altro fronte della jihad africana: la Somalia, dove è da poco fallita un’operazione di recupero di ostaggi. Il non-interventismo di Hollande si è rivelato assolutamente irrealistico. I francesi devono agire. E imparare, sul campo, che i primi nemici da combattere non sono deboli presidenti anti-francesi (come Gbagbo), o dittatori da operetta (come Gheddafi) con cui si può vincere facilmente e strappare un applauso scontato.

Il vero nemico è, piuttosto uno tsunami di integralismo islamico che va dal Sahara alle coste del Kenya. E che è già fortemente infiltrato nelle metropoli della stessa Francia. Se la sentirà Parigi di affrontare questo immane compito post-coloniale?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “La Francia costretta a entrare in guerra (non solo in Mali) contro l’integralismo islamico”

  1. Piera scrive:

    In Mali non c’é alcuna guerra civile ma c’é un paese aggredito da bande di terroristi.

  2. Roberto scrive:

    Condivisibili quasi tutte le affermazioni, ma non l’imprevisto effetto collaterale. Era inevitabile che armi e persone sfuggissero dalla Libia dopo la caduta di Geddafi; che per quanto discutibile era diventato negli ultimi anni un elemento stabilizzante nel sahel. Le primavere arabe, pilotate da Obama e compagnia interessata, si sono dimostrate solamente il cavallo di troia per far diventare il mediterraneo un lago sunnita. Obama ha ricevuto un assegno in bianco con il nobel per la pace e l’ha dilapidato irresponsabilmente ( a meno che non sia l’amico del diavolo). Risposte convenzionali alle guerre a bassa intensità del fondamentalismo islamico sono inutili se non controproducenti; il vero problema sono i predicatori di odio che escono dalle madrasse. Il pagare riscatti per recuperare idioti che se ne vanno i giro come se fosse il giardino di casa è idiota e favorisce solamente pirati e delinquenti che si mascherano da “credenti” destinando una piccola parte degli introiti alla causa. L’unica soluzione al problema è colpire, in casa ed all’estero, i predicatori d’odio con operazioni coperte ed eliminare i santuari con operazioni mirate e rapide. Per quanto riguarda il “fronte interno” bisogna liberarsi, espellendoli, di tutti i nullafacenti mascherati da profughi economici e rifugiati politici che non vogliono, nè possono, integrarsi, in quanto nella loro frustazione saranno preda dei predicatori d’odio.

Trackbacks/Pingbacks