I fantasmi di Venezia, città smarrita in progetti isolati

– E’ da poche settimane uscito in Dvd per Marsilio, accompagnato da una lunga intervista e da alcuni disegni, Sei Venezia, un film di Carlo Mazzacurati. Un film interamente dedicato alla difficile sopravvivenza della città e della laguna. Sei ritratti di persone che guardano Venezia e il suo territorio: un pensionato che lavora all’archivio dei Frari, una cameriera del Danieli, un archeologo dilettante, un pittore eccentrico, un ex topo di appartamenti, un ragazzino portato per il bel canto. Con un’immagine che rimanda alla salvaguardia di Venezia dalle acque alte. Il prototipo sperimentale, ormai corroso dalla ruggine, del Mose.

Già, l’acqua alta. Il problema di Venezia. In attesa del Mose, il sistema di paratie mobili, la cui entrata in funzione è ora prevista per il 2016, si lavora ad altro. Al porto. Anzi alla diga e ad un nuovo terminal. La legge di Stabilità il 22 dicembre scorso ha stanziato 100 milioni di euro per la realizzazione della piattaforma d’altura che servirà per il traffico petrolifero e per quello dei container.

Un progetto, dal punto della copertura economica, sperimentale. Lo Stato fornisce il contributo iniziale. Il privato costruisce la diga che è un’opera pubblica. Lo Stato paga un canone per 40 anni, dopodiché diventa sua. Un progetto, al largo della bocca di porto di Malamocco, che consentirà di aggirare il problema di far arrivare a Venezia le navi di grandi dimensioni. Contando su fondali che hanno una maggiore profondità naturale.

Ma, a parte queste indicazioni sulla Città che sarà, l’oggi è assai incerto. Terminate le manifestazioni sul Cinema e l’Architettura, ritirati i red carpet srotolati per l’occasione, Venezia ritorna ad essere la Città che Tutto il mondo conosce. Straordinaria ma anche zavorrata da alcuni guai.

Un’inchiesta sullo stato delle cose e delle prospettive della Città, patrimonio dell’Umanità, pubblicata lo scorso agosto sul “Nouvel Observateur, era intitolata “Monstres flottants sur la lagune”. I temi trattati? Innanzitutto la questione del passaggio dei piroscafi turistici tra San Marco e le chiese del Palladio. E di conseguenza i relativi possibili disastri. Ma anche le speculazioni che premono sulla Città e sulle isole della laguna. Proseguendo per i vari progetti per il Lido e il fallimento del nuovo palazzo del cinema. Fino alla proposta di trasformazione del Fondaco dei Tedeschi e alla speculazione del Quadrante di Tessera. E della relativa metropolitana sublagunare.

Questioni che sono il portato naturale di politiche che hanno scelto di privilegiare un’economia esclusivamente turistica. Dichiaratamente votata allo sfruttamento del patrimonio culturale. Peraltro neppure in modo efficace. Tanto che agli inizi del passato dicembre, sulle colonne del Corriere della Sera, Francesco Giavazzi  provocatoriamente rilanciava una sua vecchia idea per la gestione di Venezia. Quella di affidare la Città alla Disney Corporation.

Provocazioni a parte quel che appare certo è che Venezia dà sempre più l’impressione di essere una Città smarrita. Nella quale si agitano anche nuovi “fantasmi”. A partire dalla proposta del grattacielo di Cardin. Come ha notato recentemente Vittorio Gregotti, “generosa nelle intenzioni del promotore ma assurda sia nella sua soluzione architettonica, che nella totale assenza di una qualche logica di pianificazione”. Una proposta purtroppo presa sul serio anche dalle istituzioni. E persino da una parte dell’opinione pubblica. Nonostante si tratti di un episodio isolato. Nel quale il disegno urbano si presenta come elemento marginale. In assenza di un piano di assetto territoriale (quello di Marghera) realmente funzionale.

La logica del “meglio qualcosa del niente” è il traino di un intervento che mostra analogie assai stringenti con altri numerosi casi italiani. Un’opera faraonica pensata più per celebrare il famoso stilista che per lenire i disagi dell’area nella quale è stato pensato. Considerando le criticità dell’intera area industriale di Marghera, sarebbe stato forse preferibile concentrarsi sulla sua trasformazione. Studiando la conservazione del suo potenziale di occupazione. Proponendone la trasformazione secondo la tradizione della città europea. Nella quale convivono funzioni produttive compatibili, abitazioni e servizi. D’altra parte se si decidesse di intraprendere questo progetto non si partirebbe da zero. Fin dal 2009 alcune cattedre dello Iuav sono variamente impegnate nel promuovere ricerche in questa direzione.

Ma altri fantasmi incombono su Venezia. Come quello del “raddoppio” dell’Hotel Santa Chiara, in piazzale Roma. L’edificio, originariamente convento di monache, nello scorso secolo fu trasformato in albergo. Ora, dopo un conflitto burocratico-giudiziario di 55 anni con il Comune, il proprietario ha cominciato a costruire un edificio per raddoppiare il suo albergo vicino al ponte di Calatrava. Con il risultato che il colpo d’occhio sul Canal Grande per chi arriva oggi a piazzale Roma è mozzato dallo scheletro di un palazzo moderno. Molto vistoso. Di due piani di garage interrati, più altri tre di una nuova ala dell’hotel. Tutto di cemento, ricoperto, sembra, di una superficie in vetro.

La Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna, Renata Codello, che ha dato il suo “ok” alla realizzazione dell’opera, si schernisce. Rivendicando la bellezza dell’aggiunta. Soprattutto, sostenendo che il contesto è preservato. Ma osservando i rendering della struttura il dubbio che non sia come afferma l’architetto Codello viene.

A Venezia, come a tante città italiane, non servono “aggiunte” grandiose. Innalzate a gloria del loro progettista, oltre che del committente, ma che, anche se di sicuro risalto, non possono essere funzionali ad una riorganizzazione degli spazi e delle funzioni eventi. In un passato neppure troppo recente ne è stata pienamente consapevole la popolazione veneziana, insieme ad alcune personalità culturali. Basti pensare all’Expo 2000, sostenuto alla metà degli anni Ottanta dall’allora potente ministro socialista Gianni De Michelis. Ma naufragato a causa della sollevazione popolare.

Molto è cambiato da quell’Italia. E’ mutata la società. Le priorità sono differenti. Forse non sarebbe più possibile che a contrastare decisioni errate intervengano le voci dal basso. Ma Venezia, quella costituita dai palazzi, dalle piazze e dalle calli e dalle Persone che ci vivono, merita maggior rispetto. Più attenzione. Metabolizzate le proposte rimaste senza seguito e le ambizioni inappagate si deve trovare il modo di andare oltre. Di costruire un racconto nuovo per la Città. Superando l’incompiuto raccontato recentemente da Alberto Vitucci, in Nel nome di Venezia (Corte del Fontenego, pagg. 36, euro 3,00) e una quindicina di anni fa da Vittorio Gregotti, in Venezia città della nuova modernità (Consorzio Venezia Nuova, pagg. 34, s.i.p.).

Il rilancio di Venezia come città non solo turistica e per i turisti passa necessariamente per politiche urbanistiche capaci di programmare le scelte. Che non potranno essere casuali o slegate tra loro. Ad essere riflessi nell’acqua non possono essere ancora soltanto fantasmi.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “I fantasmi di Venezia, città smarrita in progetti isolati”

  1. Patrizia Tosini scrive:

    Bellissimo contributo, Manlio, e ovviamente del tutto condivisibile. Purtroppo Venezia è davvero ormai una città giocattolo, come pian piano si stanno trasformando molti altri centri storici italiani. Purtroppo, temo che “fermare il declino” sarà quasi impossibile. Provarci è però un dovere.

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