ln Italia il governo ha fin troppo potere, ma Berlusconi è stato incapace di usarlo (bene)

– Non c’è campagna elettorale che si rispetti, senza pirotecnici giochi di artificio verbali.

La coraggiosa presenza di Berlusconi alla trasmissione di Santoro non ha certo deluso. Anzi. D’altronde, è noto che l’agone elettorale sia la dimensione naturale del Berlusconi politico, che riesce a dare libero sfogo al suo estro creativo, attraverso il continuo ricorso a delle narrazioni che quanto più sono inverosimili tanto più risultano avvincenti.

Un singolare esempio è rappresentato dalla consueta litania istituzionale berlusconiana che suona grosso modo così: il governo, ma soprattutto il suo Capo, non ha veri poteri; il procedimento legislativo è lungo e farraginoso; i poteri di garanzia (Quirinale e Consulta) sono in mano alla sinistra e hanno abusato delle loro prerogative per ostacolare il mio processo di riforme, già gravemente compromesso dalla presenza dei piccoli partiti, vera iattura della democrazia italiana.

La conclusione di questo ragionamento è arcinota: “Gli elettori devono convincersi di votare per i grandi partiti, altrimenti il paese resta ingovernabile e avremo anni di lacrime e sangue e di crisi profonda: è necessario che un partito abbia la maggioranza assoluta e con quei voti cambi la Costituzione e doti il governo di strumenti per poter governare“.

Il ragionamento berlusconiano non ci ha mai convinti, anche se innegabilmente presenta alcuni frammenti di verità (la necessità del superamento del bicameralismo perfetto e dell’adozione di un sistema decisionale democraticamente più efficiente), perché è teleologicamente orientato allo smantellamento di ogni presidio di garanzia e alla sostanziale subordinazione del Parlamento al Governo ed inoltre distorce, a tal fine, la realtà, soprattutto con riferimento all’argomento dei pochi poteri a disposizione del Governo.

Al riguardo, se è vero che il legislatore costituente optò a suo tempo per un Esecutivo “debole”, è altresì vero che l’attuale reale funzionamento del sistema istituzionale è assai lontano da quello previsto nel testo costituzionale, soprattutto con riferimento alla produzione normativa, dove si assiste al netto spostamento del baricentro dal Parlamento al Governo (De Siervo).

Se a ciò si aggiunge la presenza di un sistema elettorale con liste bloccate, risulta evidente il rafforzamento dell’istanza governativa a scapito del Parlamento, visto che la futura rielezione del parlamentare dipenderà quasi esclusivamente dalle scelte dei vertici di partito, che potrebbero far pagare una eccessiva indipendenza di giudizio.

Infine, l’osservazione comparata con il “presidenzialismo” regionale (si usa questa locuzione in senso atecnico, soltanto per indicare l’elezione diretta del Presidente della Giunta) evidenzia che di per sé l’elezione diretta del capo dell’esecutivo e il conseguente riconoscimento di una sua primazia politica, compreso il tanto invocato potere di nominare e rimuovere liberamente i membri del “governo”, non risolve magicamente i problemi, se l’offerta politica è scadente nei suoi contenuti e nei suoi rappresentanti.

Questa lapalissiana verità mette in luce il reale ruolo che la litania istituzionale svolge nella celebrazione liturgica berlusconiana: essa è il retorico agnello che toglie tutti i peccati del suo  malgoverno.

Ciò avviene non solo con la falsificazione della realtà istituzionale, che oggi vede in verità il Governo in una posizione esageratamente soverchiante attraverso l’abuso della decretazione, del voto di fiducia e della prassi dei maxi-emendamenti, ma anche con la strumentale esaltazione delle criticità provocate dall’innesto di logiche elettorali maggioritarie (in senso atecnico) in un tronco istituzionale proporzionalista.

Questo grave vulnus garantistico è dipeso unicamente dalla miopia di una classe dirigente che, protesa ossessivamente alla ricerca di strumenti di stabilizzazione governativa, ha omesso di apportare i correttivi necessari per sottrarre alla semplice maggioranza parlamentare, ora non più necessariamente corrispondente ad una elettorale, la potenziale disponibilità della carica di Presidente della Repubblica (e indirettamente delle nomine a lui spettanti, tra cui quelle dei senatori a vita e dei giudici costituzionali) e del procedimento di revisione costituzionale (qui è vero che esiste il referendum confermativo nel caso non si raggiunga la maggioranza dei due terzi, ma un’autorevole dottrina ha evidenziato le ragioni per le quali potrebbe non essere un argine sufficiente – D’Atena).

Ma Berlusconi non sembra nemmeno avvertire il problema, lamentando soltanto di non avere potuto finora sfruttarne appieno le potenzialità. Per ironia della sorte, infatti, ha governato la maggior parte del tempo, ma mai quando si doveva eleggere il nuovo Presidente della Repubblica! Altrimenti temiamo già di conoscere quale sarebbe stato il suo programma istituzionale: elezione di un prestigioso, ma docile, prestanome al Quirinale, per poi andare alla conquista militare della Consulta. Per nostra fortuna, non è mai successo, né verosimilmente potrà succedere questa volta.

Ciononostante il potenziale vulnus istituzionale rimane ed è per questo che sarebbe auspicabile che già in campagna elettorale tutte le forze politiche – a cominciare da quelle di centro sinistra che potrebbero avere la maggioranza parlamentare in entrambi i rami del Parlamento con solo il 40% dei voti – assumessero l’impegno di non eleggere un Presidente della Repubblica che non sia espressione della maggioranza del corpo elettorale.

D’altronde, questa è la distanza tra la liturgia berlusconiana della “irresponsabilità a prescindere” e il vangelo montiano che vuole invece fondarsi sulla legittimazione derivante dal giudizio elettorale sulla sua azione di governo. Se si vuole, l’assunzione delle proprie responsabilità è un ulteriore indice per discriminare le forze riformiste da quelle conservatrici, perché il vero tema di queste elezioni è il mantenimento o meno di uno status quo che ci ha condotti ad un passo dal baratro finanziario.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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